SALEMI. La lettera che arriva dopo 110 anni. La memoria di Nino Merendino riemerge dalla Grande Guerra
Ci sono storie che il tempo non riesce a cancellare. Restano sospese, nascoste tra le pieghe della memoria, custodite in silenzio dentro un vecchio baule, in attesa che qualcuno le riporti alla luce. Vicende minute solo in apparenza, ma capaci di attraversare un secolo e restituirci il volto umano della grande Storia. È la vi del salemitano Antonino Merendino, medico arruolato durante la Prima guerra mondiale, in servizio all’ospedale di Salonicco, sul fronte macedone. In mezzo alla carneficina del conflitto, tra sofferenze, feriti e lontananze, Merendino continuava a svolgere la sua missione di medico militare con dedizione, umanità e spirito di servizio. In quell’ospedale prestò le cure al capitano Rizzi, destinato a essere rimpatriato. Prima della partenza, Merendino gli affidò una lettera da consegnare ai propri familiari a Salemi. Una richiesta semplice, quasi sussurrata, ma carica di amore, nostalgia e speranza per far arrivare a casa un segno della propria presenza, un frammento di vita, un pensiero per chi lo attendeva.
Antonino Merendino, però, a Salemi non fece più ritorno. Anche lui fu inghiottito dall’immane tragedia della guerra, uno dei tanti caduti di un conflitto che spezzò vite, famiglie e destini. Quella lettera non arrivò mai ai suoi cari. Rimase tra le memorie del capitano Rizzi, conservata nel tempo, dimenticata forse, ma mai davvero perduta. A ritrovarla, dopo 110 anni, è stato Franco Miglietti, nipote del capitano Rizzi. Dentro un vecchio baule, tra carte ingiallite dal tempo e ricordi di famiglia, quella lettera è riemersa come una voce dal passato. Una voce fragile e potente insieme, capace di superare il silenzio di oltre un secolo. Miglietti ha consegnato la preziosa missiva a Leonardo Curatolo, presidente del Comitato dei Caduti all’Estero, che da anni si dedica con passione, sensibilità e profondo senso del dovere a mantenere viva la memoria dei militari scomparsi, dispersi o dimenticati. Grazie al suo impegno, quella missione rimasta incompiuta per più di un secolo è stata finalmente portata a termine. Oggi, dopo 110 anni, quella lettera è tornata a casa. È stata consegnata alla presenza del sindaco di Salemi Vito Scalisi alla nipote di Antonino Merendino, Giovanna Vaccaro, visibilmente emozionata nel ricevere un dono così inatteso e prezioso. «È una sorpresa e un dono di una persona che mi ha cresciuto – ha dichiarato con voce emozionata – Mio nonno era una persona generosa, svolgeva la sua professione di medico non come un lavoro ma come una missione. Questa lettera apre una finestra sul mio vissuto, mi riporta alla memoria i miei affetti, che mi hanno dato tanto amore». Parole semplici, ma dense di commozione. Perché quella lettera non è soltanto un documento storico. È un ponte tra generazioni. È un abbraccio intenso arrivato in ritardo. È la testimonianza di un uomo che, anche in mezzo all’orrore della guerra, cercava ancora la strada di casa attraverso l’amore per la famiglia. Il sindaco Vito Scalisi, ha sottolineato il valore profondo di questo ritrovamento. «Sono storie perdute che riaffiorano – ha sottolineato -. Viviamo in una società che corre tanto e che invece dovrebbe fermarsi per ricordare questi frammenti di storia. Sono piccole vicende che diventano grandi storie. Chi rimane nei pensieri, nei ricordi e nella memoria delle persone non muore mai. Cercheremo di rendere viva la memoria di Nino Merendino, magari intitolandogli una piazza o una via. Perché ogni uomo che dà la propria vita per la propria nazione deve essere ricordato dai posteri ed essere esempio per la comunità».
A dare ulteriore profondità a questa vicenda sono state le parole di Leonardo Curatolo, che ha raccontato il senso del suo impegno nel recupero della memoria. «È stato creato il cammino della memoria – ha affermato – per riportare in vita e ricordare ciò che hanno fatto i nostri nonni, i nostri avi. È un’attività che svolgo con il cuore. Restituire oggetti, lettere, testimonianze ai discendenti significa ridare voce a storie rimaste sospese. Ogni volta è un’emozione».
Curatolo ha poi evidenziato un aspetto straordinario delle lettere dei soldati al fronte: «In quelle righe non si trova quasi mai odio. Nonostante la guerra, il sangue, la paura e la morte, quei giovani uomini scrivevano di casa, di affetti, di normalità familiare. Come se parlare della famiglia fosse l’unico modo per resistere all’orrore. Come se, in mezzo a un mondo diventato feroce, l’unica salvezza fosse restare aggrappati alle cose semplici: una madre, una moglie, un figlio, un paese lontano, una casa da rivedere.
E forse è proprio questo il senso più profondo di questa storia. Una lettera rimasta chiusa per oltre un secolo non appartiene soltanto a una famiglia. Appartiene a un’intera comunità. Perché custodire la memoria significa non lasciare nessuno nell’oblio. Significa raccogliere il testimone di chi ci ha preceduto, riconoscere il sacrificio, restituire dignità ai nomi, ai volti, alle vite che la Storia rischia di trasformare in semplici numeri.
Salemi riabbraccia simbolicamente Antonino Merendino. La sua voce, affidata a una lettera partita dal fronte macedone e rimasta sospesa per 110 anni, è finalmente arrivata a destinazione.
E in quel gesto, semplice e solenne, c’è tutta la forza della memoria. Perché il tempo può ingiallire la carta, può chiudere i bauli, può disperdere le tracce. Ma non può cancellare l’amore, il dovere, il sacrificio e il bisogno profondo di tornare, almeno con una parola, almeno con una lettera, alla propria casa. (Nella foto Nino Merendino, il Sindaco Vito Scalisi, Giovanna Vaccaro e Leonardo Curatolo)





