Camporeale: la festa San Giuseppe diventa comunità, tra fede, tradizione e nuova partecipazione
La festa di San Giuseppe a Camporeale si veste di nuovo. Sin dalla sua nascita nel 1779 Camporeale è stato un paese agricolo formato soprattutto da contadini, mezzadri, burgisi, braccianti, pastori e di artigiani quale il fabbro, il falegname, il barbiere, il sarto, il calzolaio, di muratori e operai. Il lavoro manuale e artigianale, in cui mancava ancora l’aiuto delle macchine agricole o degli utensili, era frutto delle mani come quelle di San Giuseppe, il falegname di Nazareth chiamato “Lu Patri di li puvureddi”. In ogni famiglia o bottega non mancava il quadro di San Giuseppe collocato ben in evidenza. Nelle grandi città il fenomeno della secolarizzazione ha visto sfumare la religiosità popolare. Nei paesi di provincia la devozione ai Santi rappresenta un valore di identità, memoria, attaccamento alle radici e di socialità. A Camporeale si osserva un fenomeno nuovo che non è soltanto religioso ma anche antropologico, perché nelle processioni si assiste a un incremento cospicuo dei fedeli e non a una diminuzione come avviene un po’ dappertutto. Ciò è dovuto all’opera del nuovo parroco don Santino Taormina, venuto in paese nell’ottobre del 2023. Poco meno di cinquant’anni, è entrato in sintonia con i Camporealesi grazie alla sua capacità di relazionarsi con tutti, ma soprattutto con operai, artigiani, impiegati, trentenni e quarantenni e con il coinvolgimento delle famiglie. Tanti di loro, che prima non si erano visti in chiesa o solo sporadicamente, ora sono parte attiva nell’impegno pastorale. Parecchie le iniziative che creano partecipazione. Il presepe vivente, giunto già alla terza edizione, il coro che dona solennità alla liturgia, le processioni riorganizzate con ordine e alternate con canti, preghiere e le note della banda locale Caravaglios, i pellegrinaggi a Lourdes e in Sicilia, la lotteria natalizia con i proventi donati alla Caritas, sono tutte occasioni che hanno stimolato una massiccia collaborazione per la loro preparazione e realizzazione. Un ulteriore passo avanti adesso è stato fatto con la festa di San Giuseppe la cui caratteristica è la creazione degli altari votivi rivestiti con tovaglie ricamate del corredo nuziale, dove in alto campeggia il quadro di San Giuseppe, nei ripiani il pane votivo a forma di croce, palma e bastone. Ai lati, su due lunghi tavoli, le gustose frittate di ortaggi di stagione, finocchi selvatici, broccoli, carciofi, cardi, gli squisiti dolci. D’obbligo è la pasta con le sarde, detta alla “milanisa”, arricchita con finocchietti selvatici, pinoli, uva passa e mollicaatturrata. La novità di quest’anno è stata data dal fatto che al tradizionale altare della congregazione di San Giuseppe e delle poche famiglie che continuano questa tradizione, don Santino ha proposto di aggiungere due altari rionali, uno al paese nuovo e un altro all’Istituto Don Bosco tra il vecchio e il nuovo paese. La gente ha accolto con entusiasmo la proposta, perché l’iniziativa ha coinvolto le famiglie: chi si è adoperato nella preparazione dell’altare, chi portava una pietanza, chi un dolce. Prima il pranzo comunitario aperto a tutti era soltanto all’altare della congregazione nella sala consiliare del Baglio, ora si poteva scegliere di andare anche al Don Bosco o al paese nuovo nella sala accanto al teatro. La festa che prima coinvolgeva i familiari e il parentado ora diventa popolare e comunitaria. Adornare una parete con la migliore tovaglia, abbellire l’altare con fiori, portare una frittura o un dolce è un viatico, un invito ad uscire da casa, dove a volte si è vittime della solitudine. Sentirsi attivi e fare parte di una comunità contribuiscono ad abbattere barriere, essere presenti, attori e non spettatori. Il pranzo comunitario in cui tutti sono invitati, svolgendosi in tre posti diversi, ora risulta più familiare, non ci sono più code, ci si saluta, a volte dopo tanto tempo, ci si incontra, si conversa, si sta insieme e nasce un’amicizia. Don Santino nelle omelie ribadisce che la devozione ai santi deve rafforzare la fede in Cristo e la carità al prossimo. Alla processione tante persone camminavano a piedi scalzi, a implorare una grazia, lenire un dolore, mentre il cuore di tutti pregava per essere aiutati a guarire e continuare a sorridere alla bellezza della vita.
Gaetano Solano




