Salemi. Al Garibaldi–Giovanni Paolo II la Cena di San Giuseppe unisce scuola, famiglie e tradizione
C’è un momento in cui una scuola smette di essere soltanto un luogo di lezioni e didattica e diventa una uno spazio d’incontro e di socialità, un laboratorio di memoria e di riscoperta identitaria. Tra il profumo del pane e la rievocazione delle tradizioni, la Cena di San Giuseppe dopo alcuni anni torna a vivere a scuola e diventa un collante di entusiasmo. All’inizio non mancavano le perplessità per il grande lavoro organizzativo, la complessità di coordinare ogni attività e innestarla con la didattica quotidiana, muovendo in modo sinergico tante energie diverse. Ma è solo il primo momento. Superate le iniziali esitazioni, prende il sopravvento l’interesse e la dedizione di tutti. È così che riparte la sfida all’Istituto Comprensivo “Giuseppe Garibaldi – Giovanni Paolo II”, dove la tradizionale Cena di San Giuseppe trasforma aule e corridoi in uno spazio di fede, tradizione e condivisione. L’iniziativa si inserisce pienamente nel progetto d’istituto dedicato alla pace e rappresenta un’esperienza capace di unire spiritualità, identità culturale e socialità. Non una semplice rievocazione folcloristica, ma un percorso partecipato che ha coinvolto l’intera comunità scolastica.
A guidare il progetto è stata la docente referente Lidia Angelo, che ha coordinato il lavoro trasmettendo voglia di fare. Attorno all’iniziativa si è creata una rete spontanea di collaborazione di studenti, genitori, parenti, nonni, personale docente e non docente. Tutti hanno offerto il proprio contributo con grande disponibilità, rendendo possibile la realizzazione della tradizionale Cena votiva e trasformando l’istituto in un autentico luogo di incontro e socializzazione.
Per giorni la scuola è diventata un ponte tra passato e presente. I gesti della tradizione, il pane lavorato con pazienza, i simboli della devozione, la preparazione condivisa, hanno raccontato ai più giovani il valore di una cultura che si tramanda con le mani e con la memoria. Radici profonde che affondano nella religiosità popolare ma che, nel tempo, hanno intrecciato anche leggende e riti propiziatori legati alla fertilità della terra e all’antico culto di Demetra, segno di una tradizione che attraversa secoli di storia mediterranea.
Soddisfazione è stata espressa dal dirigente scolastico Salvino Amico, che ha voluto sottolineare il significato più profondo dell’iniziativa: «Sono molto lieto, dopo tanti anni, che si è realizzata la Cena di San Giuseppe all’interno del nostro istituto. È un momento di devozione religiosa, ma anche di tradizioni identitarie e culturali. In un tempo in cui gli incontri rischiano di essere soltanto virtuali e affidati ai social – sottolinea Salvino Amico – questa iniziativa restituisce alla scuola, non più chiusa nella sola dimensione didattica, la sua vocazione autentica di un’istituzione che si apre al territorio e alla società diventando comunità viva.
Come ricordava lo storico Fernand Braudel – continua Amico – le tradizioni sono la memoria lunga dei popoli ed è quella memoria che la nostra scuola custodisce e trasmette ai ragazzi. Questo significa educarli non soltanto alla conoscenza, ma anche alla consapevolezza delle proprie radici».
Il dirigente ha inoltre evidenziato come l’iniziativa abbia coinvolto non solo l’intera comunità scolastica, ma anche famiglie, creando un clima di partecipazione diffusa che ha reso l’evento ancora più significativo. La Cena di San Giuseppe, dunque, non è stata soltanto una celebrazione religiosa o una rievocazione della tradizione. È diventata un momento di educazione civica e culturale, capace di unire generazioni diverse e di dimostrare come la scuola, quando si apre al territorio e alla memoria collettiva, possa tornare ad essere davvero il cuore pulsante della comunità. (Nella foto il dirigente scolastico Salvino Amico e la docente Lidia Angelo)

