Tra caso e destino. Una statua di San Giuseppe unisce Salemi e Balestrate
C’è un filo invisibile che unisce le comunità, soprattutto quando attraversa le tradizioni più profonde. Un filo fatto di pane, fuoco e fede. È lo stesso che lega Salemi e Balestrate. Due paesi che celebrano San Giuseppe con radici comuni, ma con espressioni diverse, quasi complementari. A Salemi la festa è maestosa, quasi teatrale. Le Cene diventano scenografie imponenti, vere architetture di pane costruite con pazienza collettiva e senso artistico. A Balestrate, invece, la dimensione è più intima, domestica. Gli altari più semplici nascono dentro le case, le porte si aprono, le famiglie diventano custodi vive del rito. Il paese si trasforma in un percorso fatto di incontri, passeggiate e assaggi condivisi. Qui la fede si vive nell’accoglienza. Ma è la sera del 18 marzo che tutto cambia ritmo. Arriva il fuoco. Le vampe di San Giuseppe accendono piazze e quartieri. Cataste di legna, rami secchi, vecchie tavole e ciò che resta dell’inverno prende fuoco e si trasforma. Non sono semplici falò, ma riti antichi di purificazione e rinascita. Il freddo si consuma tra le fiamme, la luce annuncia la primavera. Le vampe diventano anche segni visivi, punti di riferimento che indicano la presenza degli altari, proprio come a Salemi i rami di alloro guidano i visitatori. Dentro quel fuoco il sacro incontra il profano, dove la devozione a San Giuseppe si intreccia con riti arcaici, propiziatori, che richiamano il ciclo eterno della vita e le antiche memorie legate a Demetra. Ed è proprio dentro questo intreccio che accade qualcosa che sfugge alla semplice logica. Un gruppo di salemitani, porta a Balestrate il pane finemente intagliato, raffinato, quasi scultoreo per arricchire un altare della famiglia di Paolo Valenti. È un incontro tra tradizioni che si riconoscono e si completano. Poi, quasi per gioco, acquistano una polizza per il sorteggio di una statua di San Giuseppe. Un gesto qualunque. Uno dei tanti. Eppure, tra tanti numeri, viene estratto proprio quello del salemitano Carmelo Maltese. Carmelo, ospite tra volti nuovi, diventa improvvisamente il destinatario di un simbolo potente. La statua del Santo. Si potrebbe dire fortuna, coincidenza. Eppure c’è qualcosa che va oltre. Perché Carmelo era lì per caso, ma non era estraneo a ciò che stava vivendo. Aveva condiviso il pane, attraversato le case, respirato la stessa atmosfera di comunità. Era entrato, anche solo per poco, nel cuore della tradizione di Balestrate. E proprio lì riceve San Giuseppe. Il Santo dell’accoglienza, del lavoro silenzioso, della protezione. Quasi come se quel passaggio tra Salemi e Balestrate avesse trovato una forma concreta. Come se quel filo invisibile si fosse stretto in un segno. Gli altari accolgono e uniscono. E in mezzo, una storia che lascia sospesa una domanda. È stata solo casualità… o un piccolo segno del destino? Forse è proprio questo il senso più profondo della festa. Non solo ricordare o celebrare, ma creare legami. Anche imprevisti. Anche fugaci. Anche tra chi arriva da lontano. (Nella foto Sabina Bologna con PaoloValenti e Carmelo Maltese con la figlia Eva)








