Sarà la bellezza a salvare il Belice?

Chissà se la bellezza salverà il mondo, come profetizzava il principe Myskin partorito dal genio di Dostoevskij (anche se il passo romanzesco è per la verità ambiguo). Potrebbe, però, la bellezza, salvare la Valle del Belice dalla desertificazione: il rischio più grande che il territorio corre cinquant’anni dopo il devastante terremoto che in parte è rimosso, in parte esorcizzato. Un pericolo, lo spopolamento, che incombe sull’intero Meridione, ma che nella Valle che invecchia e si svuota di giovani è più avvertito: il Belice destinato a diventare un ospizio diffuso per gli anziani e per le loro badanti. Nel 2008, in occasione delle cerimonie di commemorazione per il quarantesimo anniversario del sisma, era stato un altro scrittore, il lucido e sensibile Vincenzo Consolo, ad indicare la strada. Dopo aver ricordato – riprendendo un suo testo del 1989 – che il terremoto, «cieca forza d’una maligna natura», spazza via, in pochi secondi, «secoli di storia, cultura, civiltà », esortava infatti a «ricostruire sulle pietre della consapevolezza, della ragione » e («perché no?») su quelle «della bellezza». E prendeva a modello – occhio attento – le piccole ma attive realtà museali che nella Valle erano sorte. Custodi di arte, cultura, storia, memoria, bellezza infine. In quella prima «rete» museale, lo scrittore scorgeva il segno di un cambiamento, profondo quanto quello antropologico, che il Belice aveva conosciuto perché il terremoto era stato «un veicolo di modernizzazione e di mutamento, un’occasione per uscire dalle strettoie del sottosviluppo», come sosteneva il sociologo Aldo Musacchio. Dieci anni dopo, le parole di Consolo sono tornate d’attualità e, riscoperte, hanno costituito il «manifesto» delle commemorazioni, niente affatto sterili, del cinquantenario. Vincenzo Di Stefano