Reti idriche ai comuni, rischio crack

ACQUA PUBBLICA. Legge della Regione trasferisce gli impianti e le competenze agli enti locali, che però non hanno i soldi. Il dottor Ugo La Strizza è il terrore di chi deve pagare le tasse: è intransigente, incorruttibile, onesto e del tutto dedito al suo lavoro. Davanti a lui si presentano un nobile decaduto, un costruttore quasi in bolletta, un inventore e un attore di spaghetti-western. Tra tutti devono pagare al fisco decine di milioni. Ma non li hanno. Decidono allora di prenderli dalla cassaforte del fisco, sottoterra, per poi restituirli al fisco stesso al piano di sopra. Studiano un piano minuzioso e ingaggiano il famoso esperto di cassaforti Katanga. Ma i rischi e gli imprevisti sono tanti. Accade così che in Sicilia, come nel film «La stanza 17-17, palazzo delle tasse, ufficio imposte», i soldi vengano estorti ai comuni per ritornare nelle casseforti della Regione su ordine di un novello commissario La Strizza. Ma facciamo un passo indietro e andiamo alla realtà. L’Eas, ente pubblico degli acquedotti siciliani, che si occupa della distribuzione dell’acqua, in costante liquidazione, è definitivamente fallito. I comuni rischiano così di rimanere a secco. La soluzione “apparente” arriva ad agosto dalla Regione, la quale mette nelle mani dei comuni la gestione delle reti idriche già dal primo settembre. Nulla di nuovo considerato che proprio a causa delle scarse risorse dell’Eas, negli ultimi anni sono stati proprio gli enti locali a sobbarcarsi le spese della manutenzione delle fatiscenti condotte idriche, e talvolta anche a fornire i mezzi ai dipendenti, il tutto a spese proprie, cioè dei cittadini. Intanto, però, proprio questi cittadini continuano a pagare le bollette e le cartelle nelle quali non poche volte sono state riscontrate delle anomalie, tra le più note le bollette «pazze», irregolari e su cui sono fioccati i ricorsi. L’Eas, come si è ben capito, ha cercato più volte di far cassa, e uno dei metodi utilizzati è stata anche la mancata restituzione dei canoni fognari ai comuni, quota che faceva parte dell’importo totale della bolletta. I soldi entravano, ma i servizi scomparivano sempre più. Per l’Eas (indebitata con l’Enel, i concessionari e le pubbliche amministrazioni) i soldi sono stati insufficienti, ma lo saranno ancora di più per i comuni. Questi ultimi, infatti, si troveranno a dover riparare le numerose perdite idriche per una somma che va dai 200mila euro in su. Tecnicamente e finanziariamente impossibile da sostenere. Partanna, ad esempio, facendo un bilancio tra le somme spese e da incassare o defalcare, raggiunge il milione e 600mila euro. Lo stesso vale per Salemi, che si troverebbe ad affrontare per le sole riparazioni un importo di oltre 300mila euro. Senza contare che tutti i comuni del comprensorio, quindi anche Gibellina, Vita, Santa Ninfa, Castelvetrano, Salaparuta e Poggioreale, dovranno occuparsi della bollettazione. Sarà la fine delle bollette «pazze »? Purtroppo gli enti comunali non hanno i dipendenti per sopperire a tale mancanza e le fatture non si sa neppure quando arriveranno. Ma c’è di più: il governo siciliano, che non ha verificato quali siano gli investimenti necessari, non ha previsto nessun apporto economico ai comuni, anzi, qualora i sindaci non provvedessero alla buona gestione dell’impianto idrico, quindi affrontando anche le riparazioni, la Regione provvederà a nominare un commissario, che sostituirà nelle sue funzioni Giunta e Consiglio comunale. Il dottor Ugo La Strizza di turno, «intransigente, incorruttibile, onesto», bloccherà così le somme necessarie, attingendole dai vari capitoli di bilancio, siano essi dedicati alle attività culturali, alle scuole, ai lavori pubblici o ai servizi sociali. Che ne sarà dei comuni non è dato saperlo, ma la Regione a statuto “speciale” che più speciale non si può, la quale non ha mai realmente affrontato la problematica e che nel 2011 aveva anche ignorato il referendum sulla gestione pubblica dell’acqua, improvvisamente volta pagina. L’Ente acquedotti era stato posto in liquidazione nel 2004, e ha continuato a gestire il servizio idrico di quarantacinque comuni per altri tredici anni. Palazzo d’Orleans, ponendo in liquidazione l’Eas, ha costretto l’ente a cedere buona parte delle infrastrutture idriche alla nascente società mista «Siciliacque» (è partecipata al 25 per cento dalla Regione), la quale ha rivenduto ai siciliani l’acqua che era propria.