L’informazione che s’è genuflessa ai troll

Ormai la si può considerare una moda, e, come per tutte le mode, non c’è praticamente nessuno che sappia indicare con precisione quando e perché è cominciata. Non c’è organo di informazione (piccolo, medio o grande) che sul proprio sito, in coda ad un qualsivoglia articolo (tratti della corsa all’armamento nucleare della Nord Corea, delle melanzane panate, piuttosto che dello scisma d’Oriente), non consenta ai propri lettori di lasciare un commento. L’intento, in origine, era probabilmente nobile (agevolare il “dialogo” tra la testata e il suo “pubblico” di riferimento, un po’ come una volta si usava nei giornali cartacei con le lettere al direttore), ma al tempo della fruibilità immediata, hic et nunc, per una sorta di eterogenesi dei fini, esso ha finito per sdoganare una moltitudine di troll frustrati e risentiti che si esercita (quasi sempre senza competenza né conoscenza alcuna) sulle questioni più disparate. Per non parlare degli insulti, scagliati a destra e a manca e spesso indirizzati anche all’estensore dell’articolo (che magari se li meriterebbe pure). Con un paradosso straniante: chi legge, chi scorre un articolo sul web, è quasi portato ad accelerarne la lettura, perché vuol arrivare presto alla fine. E non per sapere quale sarà la conclusione del «pezzo », ma proprio per la curiosità di scorrere le varie amenità che lo chiosano: una sequela spesso interminabile di astruse congetture e contumelie varie, la cui lunghezza puntualmente supera quella dello stesso articolo. È, questo, uno dei prezzi (salati) da pagare alla «condivisione », che pare concetto democraticissimo, ma in realtà è confusione degli ambiti, che si risolve nel dare la patente di tuttologo a chi fino a non molto tempo fa aveva come unici supporter gli avvinazzati al bar. Vincenzo Di Stefano