La modernità, senza ricerca del futuro, come sarebbe?

PICCOLA Cultura 11Il dubbio f ilosof ico: il tempo assoluto dell’eternità, f isso e chiuso in sé, che senso avrebbe per gli esseri viventi? Il futuro può essere pensato come un tempo “contenitore”, realizzabile dall’uomo entro linee razionalmente concepibili e programmabili. Solo così l’idea di futuro progettuale può apparire propria di una mente fattiva e progressista, in quanto proiettata in avanti per migliorare le cose reali umane, trovate e da garantire per l’avvenire. L’idea d’eternità teologica implica, invece, come ipotesi una concezione rigida di tempo assoluto e totalizzante all’infinito, fisso, chiuso in sé, all’interno del quale, oltre ogni umana ragionevole comprensione razionale e mille interrogativi inesaustivi, non si è chiarito mai finora che finalità ultraterrena possano avervi tutti gli esseri viventi della biosfera terrestre, compreso l’uomo. La convinzione di un’idea d’eternità teologica appare così pertinente per chi crede in assoluto ad un’entità metareale e superiore, funzionante come un grandissimo meccanismo immobile e statico, a cui facciamo appartenere provvidenzialmente prestabiliti, anche se in via ipotetica fideistica, cose tempo spazio ed universo mondo. Nel mezzo c’è infine la gran massa mondiale degli uomini “medi”, che, pur facendosi guidare ad esistere nel tempo e “ad essere fatti di tempo” (cfr. C. Rovelli, 2017), in misura eguale intendono concepire con concretezza, e all’infinito quasi come parametri coincidenti, il “futuro” e “l’eterno”, e oggi, come sempre, aspirano a vivere sulla scena terrestre la normalità esistenziale del proprio tempo, senza dubbi o assilli problematici. Storicamente è sostenibile che nella cultura e nella mentalità avanzate europee senza la “ricerca del futuro” non sarebbero sorte, come invece è capitato a partire dal ‘700, la cosciente ricerca del progresso e della modernità euro-occidentale con l’illuminismo, lo scientismo, il romanticismo, il realismo, l’evoluzionismo tecnologico, etc… L’intuizione del tempo, in ogni epoca, comprende al suo interno sequenze cronologiche precise con dati, eventi e fenomeni materialmente recepibili e sviluppabili intellettualmente e psicologicamente dall’uomo, in ultima istanza elaborati, prodotti, o immaginati sempre da lui, e impossibili da anticipare o da preconizzare e indovinare sotto forme divinatorie e magiche, od altro (cfr. K. Popper, 1992). Contenuti della realtà invero che possono fondare un’idea culturale di futuro progettuale, inteso oggi da Rifkin, per esempio, anche come “sogno” alla base di un auspicabile imminente “secondo illuminismo” e di una economia post-capitalistica per l’uomo della società industriale e post-industriale mondiale nel XXI sec., dopo quello rivoluzionario ipotizzato da Marx nell’’ 800, e poi nel ’900 sviluppato da Adorno, Benjamin, Horkheimer, Marcuse e Habermas, in cui possa immaginarsi per l’uomo euroccidentale, con una percorribile liberatoria emancipazione dalla sua unidimensionale “alienazione” storica capitalistica classica, una ribellione e riscatto radicali contro le sue residuali persistenti catene materiali, economiche e sociali ancestrali. Futuro mirato, nell’epoca attuale e per l’annunciata èra post-industriale, ad una continuità per il progresso materiale evolutivo della vita umana, come si è già verificato in diverse epoche passate e fra culture/civiltà del mondo con diretti o indiretti riflessi materiali sulla vita complessiva dell’uomo, anche nella possibile prospettiva di una prossima sharing economy, un’economia collaborativa di scambio di utilità anche a livello internazionale (cfr. J. Rifkin, 2005). L’individuo occidentale comunque si è sempre rivelato potenziale autore e protagonista della propria esistenza, di tutte le sue idee e del suo mondo, in una continua inesauribile ricerca di conoscenza sperimentale, malgrado tante coercizioni materiali, incertezze e delusioni psicologiche e suoi convincimenti spiritualistici anche contraddittori. Peculiari nella identità culturale dell’uomo occidentale sono stati infatti finora la ricerca scientifica per una sua consapevolezza antropologica più esaustiva possibile di ogni realtà conoscibile e anche il perseguimento tenace di un ideale umanitaristico di futuro dialettico, in cui possa comunque materializzarsi la sua inclinazione naturale verso un domani migliore e al sogno e l’intenzione istintiva nel cercare di lasciare, al momento del congedo fisico dalla vita a chi resta dopo di lui, oltre gli affetti, pure una particellare eredità personale qualsiasi di progresso materiale realizzato sulla terra. Tantissimi sono ancora oggi però gli uomini che vanno dietro al miraggio di un proprio futuro metafisico, magari perché s’illudono in questo mondo, solo cambiando luogo o situazioni, di farlo con una tentabile ricerca di esso attraverso fantasie, irrequiete fughe estetiche o auspicabili percezioni di segni minimalistici qualsiasi. Ma ce ne sono altrettanti, critici disillusi, a cui il futuro in sé pare invece una meta culturale impossibile o troppo difficoltosa da raggiungere, pur tentando di conquistarselo; mentre, per dirla col poeta Rilke, si può verificare anche che dentro di noi il futuro penetri imprevedibilmente, magari senza essere capito (R. M. Rilke 1904/1980). Una realtà alternativa che magari si stia già inconsapevolmente prospettando attorno a noi, che rientra nel nostro futuro come cultura programmabile e che non abbisogna più di un supporto soprannaturale, ma non per egoismo o presunzione, quanto perché l’uomo “occidentale” – che sa come proiettarsi nel terzo millennio – è già cresciuto abbastanza per se stesso e in quanto finora si è evolutivamente impossessato di tanta parte del “Logos” universale con la sua intelligenza, riuscendo anche a sganciarsi dalla Necessità più di prima, e sempre alla ricerca di nuove estetizzazioni… e magari di altre spiritualità religiose. Comunque la percezione culturale del futuro, soggettiva e relativa per ogni individuo, presenta diffusi punti d’insicurezza e paure, che possono riflettersi nella vita quotidiana di chiunque e nella società, a causa di identità ridimensionate o di discontinuità esistenziali qualsiasi, come si coglie spesso in questo primo ventennio 2000, e nella nostra realtà italiana in particolare, con i suoi problematici segni di incerta prospettiva socio-economica e di precaria vivibilità, coinvolgenti un numero crescente di cittadini, soprattutto nelle fasce sociali medie. Da considerare in una prospettiva di futuro sono anche i fenomeni di tendenza attuali, globalizzazione e universalizzazione digitali, emergenti a livello planetario dagli anni ’90 del ‘900, su cui si sta facendo un largo consumo mediatico e che stanno operando una caratterizzazione coinvolgente i primi e gli altri mondi etno-socioeconomici. I primi mondi della cultura/civiltà occidentale, da una parte, e quelli emergenti (il cinese, l’indiano, l’islamico e l’ex terzo mondo asiatico in particolare), dall’altra, fra loro si stanno fronteggiando su omologhi piani culturali ed economici con vari processi di scambio e interrelazioni, e attraverso prodotti, informazioni, beni, mezzi finanziari, consumi, usi, costumi, etc., infrenabilmente globalizzantisi nella pluriaccessibile rete planetaria internettiana senza limiti e frontiere. In effetti i fenomeni di universalizzazione nel mondo moderno occidentale ed extra sono abbastanza noti storicamente dal ‘700 a partire dall’Illuminismo europeo: tutto un processo d’internazionalizzazione, diffusione ed espansione culturale aperto verso il mondo circostante e attivo anche dall’interno di tante culture/ civiltà diverse fra loro. Un futuro invero problematico però in prospettiva questo appare oggi per il mondo occidentale avanzato. Inoltre a limitare e a penalizzare la programmazione per l’avvenire di molte famiglie e di tanti individui sul piano sociale contribuiscono a farlo molteplici fattori ed eventi, che già accaduti, o sul punto di poterlo essere, vengono sconsideratamente talvolta diffusi e fatti circolare dai media, come attrattive notizie dilaganti in una dirompente dimensione: informazioni che, prima che eventi in sé, così globalizzate e globalizzanti suscitano, anche calcolatamente, in tante coscienze apprensioni dilemmatiche e stringenti timori. Anche tali notizie, quando si rivelano psicologicamente inquietanti, fanno sorgere, a livello spesso di massa, la paura per il futuro, oltre che per il presente, surrogando magari il ruolo ricoperto, in epoche passate, dall’antico senso di colpa/ peccato. E proprio in Europa, dove è in atto una diffusa crisi economica e industriale per la delocalizzazione industriale globalizzata, dopo l’euro e l’affermazione delle neoeconomie industriali emergenti, si sta vivendo, e specie in alcuni sistemi nazionali produttivi, come quello italiano, divenuti particolarmente più deboli, un preoccupante senso del futuro per tanti sospetti fattori negativi, in atto e in prospettiva, che possono provocare incertezze individuali e collettive insieme, una volta così pericolosamente percepiti come notizie, per poter credere, o aspettarsi ancora, un qualunque avvenire in sé abbastanza rassicurante o garantito. E allora ecco aperta la via per il possibile diffondersi nella coscienza collettiva occidentale contemporanea, specie dinnanzi alla globalizzazione, di un comprensibile panico psicologico, anche catastrofistico, a livello individuale e di massa con imprevedibili effetti di fuga/rifugio in un’epoca, come la nostra, che fra l’altro ha allentato, e da generazioni talvolta, i legami ideali con la consolatoria spiritualità religiosa tradizionale e con un passato storico, sentito ormai remoto, e quindi non più utilizzabile quale utile fonte di appoggio valido davanti a un presente oscuro. A questo punto può apparire auspicabilmente costruttiva, seppur utopica, anche una recente proposta (2004/2011) di Jean-Pierre Dupuy, filosofo sociale francese. Secondo lui infatti, all’uomo medio attuale, non risultandogli più abbastanza funzionali il tempo della storia e il tempo del progetto – poiché l’umanità ripetutamente ha manifestato di essere capace di qualunque autodistruzione (con le armi o col degrado ambientale-naturale) (su cui cfr. anche Rémi Brague – 2005) – non rimane che tentare di affrontare l’avvenire attraverso un pilotato e audace “catastrofismo illuminato”, congiungendo passato e futuro, religiosità e storia, con lucida attenzione critica però dinnanzi all’imprevisto e alla casualità, e ricorrendo a baluardi culturali qualsiasi, contro un preannunciato, anche se teorico, minaccioso prossimo cataclisma. In ogni modo non promettente appare la costatazione che finora il futuro sia rimasto come uno ignoto stato di attesa, vacuamente proiettato in avanti, o che si sia potuto identificare ex post, illusoriamente, con qualche “paradiso” transitorio in terra, di qualunque genere materiale, religioso o politico, a cui potersi variamente appigliare… Questo fenomeno della ricerca e dell’attesa, in sé talvolta spasmodiche ed angoscianti, di un quid futuribile però si può verificare, come spesso è avvenuto nella storia dell’umanità ovunque e in ogni epoca, o momento della vita; e anche per l’uomo di oggi, che tende a proiettarsi naturaliter verso un ineludibile domani pur con tante dubbie potenziali prospettive a portata di mano e fra tante illusioni passate. Chiudo citando dello scrittore canadese Douglas Coupland questo ottimistico auspicio di un dinamico e positivo postmoderno futuro” tecnologico per il nostro attuale decennio (2010-2020): «Il futuro accadrà qualunque cosa facciamo… L’unico fattore ignoto è il ritmo di apparizione delle nuove tecnologie. Questo determinismo tecnologico, con la sua sensazione di una nuova tecnologia epocale al giorno, è uno dei tratti distintivi del decennio che comincia».