Il vaffa del Sud alle élites distanti

L’abbandono e l’esclusione sociale sono il carburante migliore, e più a buon mercato, del montante ribellismo anarcoide (non una novità, a dire il vero) del Mezzogiorno; un ribellismo che s’è incanalato in un voto di protesta che ha spazzato via, sostituendole, buona parte delle élites del Sud (sulla cui qualità qui non ci si esprime). L’abbandono e l’esclusione generano, come da anni avvertono gli osservatori più occhiuti, risentimento. Un risentimento montato via via che le risposte fornite si mostravano non sufficienti a contratare il disagio economico di strati crescenti della popolazione. Soprattutto non si mostravano sufficienti le risposte che arrivavano da sinistra, nonostante politiche sociali meritorie (si pensi al reddito di inclusione, pensato dagli esecutivi a guida Pd ed affinato dal governo Gentiloni, i cui effetti pratici si dispiegheranno, paradossalmente, solo nei prossimi mesi, quindi troppo tardi per lucrarvi dividendi elettorali). Proprio a sinistra emerge tutto il limite culturale (prima ancora che politico) di dirigenti fighetti armati di smartphone che affidano ai triti cinguettii social tanto di moda le loro tutt’altro che sofisticate idee. E che, tra un volantinaggio casa per casa in una degradata periferia e un «apericena» in un bar del centro, non hanno dubbi sulla scelta da compiere. Per carità, non è scontato che per elaborare idee occorra necessariamente rinchiudersi nelle fumose stanze di una grigia sezione di partito e tirare fino all’alba in pensosissime riunioni, ma certo qualche confronto più franco e meno virtuale, aiuta. Aiuta soprattutto a comprendere i disagi, le sofferenze, le istanze degli altri. Il che è fondamentale se si ambisce ad avere un popolo di riferimento che all’occorrenza ti segua. Vincenzo Di Stefano