Quella faglia attiva e l’aiuto della scienza

Da quasi  cinquant’anni  si  sa che anche la  parte più occidentale  della Sicilia  è a rischio  sismico. Quasi  quanto quella orientale. Lo  si sa per esperienza diretta,  anzitutto, per via del terribile  terremoto (6,4 di magnitudo,  secondo la scala Richter)  che il 15 gennaio 1968  scosse la vasta area a cavallo  tra le province di Trapani,  Palermo e Agrigento che per  convenzione viene denominata  Valle del Belice, sfarinando  interi paesi e svelando  al resto d’Italia una realtà  territoriale allora praticamente  sconosciuta e dalla  struttura socio-economica  ancora semifeudale. Per decenni  poco o nulla s’è saputo  della causa scatenante di  quel sisma. Negli ultimi anni,  le ricerche – in un settore,  quello della geofisica e  della vulcanologia, all’avanguardia  – hanno fatto, come  si usa dire, «passi da gigante  ». E quindi sappiamo. Sappiamo  di una faglia, in particolare,  che “taglia” in due  una porzione consistente di  territorio e che è la ragione  principe per la quale la zona  del Belice è tra quelle a più  alto pericolo sismico del Paese.  Una condizione con la  quale occorre convivere, come  già si fa, d’altronde, almeno  dalla notte del 15 gennaio  di quarantanove anni  fa. E come peraltro fanno in  altre parti d’Italia, e d’Europa,  e del resto del mondo.  Questa faglia profonda e appunto  attiva – spiegano gli  esperti che da quattro anni  la studiano – un giorno potrebbe  (è giusto usare il condizionale)  liberare nuovamente  l’energia accumulata  e, quindi, provocare un nuovo  devastante terremoto.  Saperlo è importante, perché  se non è possibile prevedere  quando un sisma si verificherà,  è invece possibile  attrezzarsi per ridurne il  più possibile gli effetti. La  scienza fornisce un contributo  fondamentale. Coi tempi  che corrono, sarebbe il minimo  essergliene grati.  Vincenzo Di Stefano