Quella drammatica notte che sconvolse il Belice

LA TESTIMONIANZA. Tanino Rizzuto, che fu giovane corrispondente de «L’Ora» di Palermo, rievoca i giorni del terremoto del 1968. Per laValle iniziò una pagina di storia difficile, dolorosa, piena di paure e speranze Unaferita che ancora oggi, cinquant’anni dopoquel terribile sisma, non s’è richiusa. La grande e tragica storia del terremoto della Valle del Belice inizia una fredda e tranquilla domenica del gennaio 1968. Sulle colline c’era un po’ di neve. Quel giorno era il 14 gennaio. Mi trovavo a Vita quando – dopo un incontro del Comitato Cittadino con Lorenzo Barbera (Centro Studi di Partanna) e Vito Accardo nel piccolo cinema del paese – mentre stavo ritirando i cannoli per festeggiare il compleanno del mio fratellino Pino di 4 anni, sentiamo la terra tremare. Erano le 13.28. Ci guardiamo negli occhi. «È il terremoto?», ci interroghiamo. Torno a Salemi con Lorenzo Barbera, mi lascia in piazza. Vado a casa a piedi. Siamo a tavola. Un’altra scossa. Erano le 14.15. Inizia la paura. Che sta succedendo? Alle 16.48 la terza scossa. La gente è già per strada. Fa molto freddo. Ma non sa che fare, dove andare, a chi rivolgersi. Spera che tutto finisca presto. Ma c’è un brutto presentimento. Alle 17, lungo via Marsala, ci sono gruppi di persone che si avviano, pregando, verso le case di San Ciro, Ulmi, Pusillesi. Recitano il rosario. Alla messa della sera, in Chiesa Madre, c’è meno gente del solito. Tutti chiedono: che fare? C’è incertezza, cresce la paura. Arriva presto la sera. Col buio e col freddo tutto diventa più difficile. Nessun comunicato alla popolazione. Nessun invito a lasciare le case. Chi avrebbe dovuto farlo? Non esisteva nemmeno uno straccio di Protezione Civile. E i Comuni non erano attrezzati per affrontare simili situazioni. Nelle scuole non era mai stata fatta alcuna esercitazione su come comportarsi in caso di un terremoto. Al Giornale Radio e al Telegiornale della sera si dà notizia delle lievi scosse di terremoto nella Sicilia Occidentale, ma senza creare allarme. Verso le 20 con Vittorio Baiamonte, fotografo e cineoperatore della Rai, mandiamo con il treno, dalla stazione di Salemi, un «Fuori Sacco» al «Giornale di Sicilia» con un articolo scritto a mano su un foglio e qualche foto di gente mentre prega per le strade di Salemi. Sarà l’ultimo treno per Palermo. È già notte. Ma non si dorme. C’è allerta. Molti decidono di non tornare a casa, di passare la notte in rifugi di fortuna o sulle auto. Chi decide di tornare a casa si mette a letto vestito, pronto alla fuga. In piena notte, alle 2.33, arriva una scossa violentissima, molto più violenta di quelle del pomeriggio della domenica. Interminabile. È la grande fuga dalle case, dai rifugi. Va via la luce. Ci sono i primi crolli. Si sentono le grida delle persone rimaste intrappolate ai piani alti. È panico. Inizia il caos. Ogni famiglia tenta di trovare uno spazio sicuro all’aperto, lontano dalle case. Mamme terrorizzate con i bambini in braccio. Anziani soli in cerca di un aiuto. Sono momenti drammatici. Passano minuti lunghissimi. In lontananza si sentono grida di aiuto. C’è ancora chi non è riuscito a lasciare la propria casa, chi è bloccato al secondo piano, chi si attarda per aiutare la mamma invalida o per recuperare coperte e viveri. Migliaia di persone tentano di sopravvivere al terremoto nella notte fredda e scura. È passata mezz’ora dalla fortissima scossa. Ecco arrivare, all’improvviso, la scossa devastante, da «bomba atomica ». Sono le 3.01: un boato assordante. La terra trema con una violenza inaudita, le case crollano, tutti scappiamo. In molti ci ritroviamo in piazza Libertà. C’è il sindaco Antonino Grillo. L’arciprete Ignazio Ardagna. Il maresciallo dei Carabinieri. Il capo dei Vigili Urbani Cusumano Marchese. Ci siamo noi ragazzi, già da qualche mese impegnati nel Comitato Cittadino per un progetto di sviluppo di Salemi e dei paesi della Valle del Belice. In pochi minuti decidiamo di mobilitarci per soccorrere chi era rimasto sotto le macerie e dare una mano alle famiglie che avevano perso tutto. Ecco le notizie dei primi morti. Arrivano dalle viuzze del Centro Storico, dai quartieri della periferia. Ecco i feriti da trasportare nel vecchio ospedale davanti al Collegio danneggiato e dopo qualche giorno evacuato in fretta perché pericolante. Quella notte è nato, a Salemi, il primo nucleo di servizio civile volontario che si è poi sviluppato in tutto il Belice. Noi ragazzi avevamo ancora negli occhi le immagini degli «angeli del fango» dell’alluvione di Firenze. Ragazzi come noi. Per giorni e giorni noi ragazzi, come volontari del servizio civile, abbiamo lavorato per il nostro paese distribuendo viveri, montando tende, riunificando le famiglie divise in tendopoli diverse. Già la mattina del 15 gennaio alle 8, con coraggio, il sindaco Grillo, con una ordinanza, requisì tutti i generi di alimentari disponibili nei negozi (sono state sfondate le saracinesche) e ci incaricò di distribuirli, con un camion, alla popolazione che si era rifugiata nelle frazioni e nelle campagne. Era un primo barlume di Protezione Civile comunale. Gli aiuti arrivarono con ritado. Ci fu, nei primi momenti, a livello nazionale e regionale, una grave sottovalutazione della gravità e dell’estensione dell’area terremotata. Non c’era un coordinamento. Le strade erano isolate, molti ponti crollati. Molti paesifantasma trasformati in cimiteri. Furono giorni di caos totale. Poi arrivò la solidarietà di tanti italiani, lo Stato si mobilitò. Ci mandarono tante tende, dove si moriva di freddo. Ci mandarono anche una biglietteria delle Ferrovie dello Stato che dava biglietti gratis a chi voleva partire. A Salemi era collocata ai Cappuccini, vicino ai capannoni militari della Seconda Guerra Mondiale. In tanti, disperati, presero il biglietto di solo andata. E non tornarono più. In quei mesi la Questura rilasciava passaporti a vista per chi voleva andare dai parenti in America, in Canada, in Germania o in Svizzera. Fu la terza grande migrazione del Novecento che spopolò Salemi e i paesi del Belice. Per Salemi e i paesi della Valle del Belice quella notte iniziò una pagina di storia difficile, dolorosa, piena di paure e speranze, che ancora oggi, cinquant’anni dopo, è ancora aperta. Seguirono i mesi dell’emergenza, delle tendopoli, delle baraccopoli e dopo dell’infinita ricostruzione e del mancato sviluppo economico. La mafia mise le mani sulle aree dove vennero costruite le baracche e sulle aree dove dovevano rinascere i paesi. Tanti scandali. Tanti errori. Tante ruberie. Tanta burocrazia che, come è scritto ancora sulle macerie di un muro di Gibellina, «ha ucciso più del terremoto ». Qualcuno, in quegli anni, lo definì il «sacco del Belice». E poi ministeri, enti, uffici, provveditorati, ispettorati, sezioni staccate. Un esercito di addetti per elaborare, disegnare, progettare piani urbanistici senza preoccuparsi del territorio, dell’anima dei paesi distrutti e della gente, ignorando, spesso calpestando, la volontà, i desideri, le aspirazioni delle popolazioni. Quella notte iniziò anche la mia storia di giornalista. Alle 8 del mattino, in piazza Libertà, incontrai l’inviato del giornale «L’Ora» di Palermo Mauro De Mauro che cercava un telefono per dettare il suo reportage sui paesi distrutti. Aveva visto Gibellina rasa al suolo. Tanti morti. C’era un solo telefono ancora funzionante, al Cinema Italia. Lo accompagnai. Ho visto De Mauro dettare il suo pezzo a braccio, un pezzo memorabile. Alla fine mi disse: «Tanino, perché non scrivi per “L’Ora”? Diventa nostro corrispondente ». Io chiesi: «Come si fa?». E De Mauro: «Devi essere un testimone. Raccontare e scrivere quello che vedi e senti». E così in questo gennaio 2018 compio 50 anni di giornalismo. Prima in Sicilia, nella Valle del Belice, a Trapani e a Palermo per 13 anni al giornale «L’Ora». Poi, da 37 anni, al Nord tra Pavia, Genova e Piacenza dove ho diretto tre quotidiani. Col cuore sempre a Salemi, alla Valle del Belice: orgoglioso di essere un siciliano, un salemitano, un belicino. Sempre con lo spirito di “ragazzo” della notte del terremoto di 50 anni fa. Gaetano Rizzuto