Memoria e bellezza, un grazie al ciclismo

Alzi la mano chi non ha provato un moto d’orgoglio, un soffio di emozione, riconoscendo una strada, uno scorcio di campagna, un tetto, mentre la «carovana» dei ciclisti del Giro, attraverso le strade della Valle, via via s’intruppava verso l’arrivo della quinta tappa, prima volta di un traguardo in provincia di Trapani nella storia più che centenaria della mitica corsa rosa. Solo gli insensibili possono esser rimasti, appunto, insensibili. Perché lo sport, soprattutto quando è uno sport popolare (nel senso letterale del termine) come il ciclismo, ha questo potere. Hai voglia di parlare di quattrini, sponsor e di tutto lo stucchevole rosario che i detrattori dello sport (quelli che lo sport lo liquidano come forma deteriore dello spirito umano) puntualmente sgranano al cospetto di chi ha gli occhi illuminati davanti al proprio campione. Perché nulla smuove più dello sport. Solo chi vi si approccia con intento meramente ragionieristico (è successo con chi, ad esempio, s’è rifiutato anche solo di immaginare d’ospitare le Olimpiadi), non lo capirà mai. E rimarrà povero, povero di spirito, s’intende. Quindi, alzi la mano chi, vedendo sfilare i corridori sotto il castello Grifeo, sfrecciare ai piedi del grande Cretto di Burri, affrontare lo strappo in salita dello Scaldato, e poi l’ultimo chilometro, con quell’alternarsi di rettilinei e curve a gomito, non ha sussultato. Chi non ha avvertito una contrazione nell’anima, ha davvero una vita triste e grama. Il 9 maggio 2018 rimarrà negli annali dello sport, ma soprattutto (ed è più importante) rimarrà nella storia del Belice come una giornata dal grande significato simbolico: una giornata che ha condensato la bellezza e la memoria di un intero territorio nelle immagini trasmesse dalle tv di
mezzo mondo. Vincenzo Di Stefano