Mafia, antimafia e politica lazzarona

Di mafia si può morire ma di antimafia si può vivere con coraggio e dignità, magari in povertà, fuori dal branco, senza pacche sulle spalle del mafioso del posto, del politico lazzarone, senza che qualcuno battendoti la spalla, ammiccando, ti dica. ”Eih! Biddazzu”!
La storia scritta dal basso, dagli ultimi è sempre scarna, essenziale, efficace. E’ una storia vera, vista da chi, spesso, subisce la violenza del potere che la scrive, spesso (troppo spesso) modificandola a proprio vantaggio. La storia dell’antimafia conosce questa violenza. Nella lotta continua tra il bene ed il male, l’uomo nero finisce per annullare se stesso e nella quotidiana violenza, l’antimafia viene abbandonata. Caino uccide e ruba a volto scoperto, ama essere un mito agli occhi della gente comune, che prova paura di questo mostro violento, a lui china la testa, incapace a far valere le ragioni del buon senso e dell’onestà. In tanti si richiudono nelle proprie esistenze, vittime, non troppo innocenti.
Nelle sue azioni delittuose, la mafia non uccide soltanto d’estate, spesso uccide due volte, la vittima designata e la sua famiglia, abbandonata a se stessa, uccide due volte il suo nemico quando la vittima viene abbandonata alla cultura dello sciacallaggio denigratorio a cui spesso partecipano servitori dello stato deviati e corrotti.
C’è nel Paese la cultura del dimenticare le violenze della mafia violenta del territorio e quella delle istituzioni. Di contro, da parte delle istituzioni, c’è la volontà di dimenticare e ridurre le colpe dei colpevoli, emanando leggi che cancellano reati e\o riducono le pene. La peggiore è quella che prova a seppellire anche il ricordo dei caduti nella lotta alla mafia. Fortuna che ancora operano associazioni come Libera che sono fortemente motivate e si adoperano per tutelare e ricordare alle nuove generazioni le storie delle vittime di mafia. Perché per rafforzare e vivificare la coscienza civile antimafiosa occorre ogni giorno raccontare e trasmettere alle nuove generazioni, la storia, il dolore di chi è stato vittima della mafia, di chi ha lottato contro di essa ed è morto sfidandola nonostante le minacce di morte, la paura di lasciare la famiglia nel lutto e nella miseria.
Contro l’isolamento delle famiglie colpite dalla violenza mafiosa, Libera ha indetto una conferenza durante la quale ha presentato un video che sarà portato in giro nelle scuole per far conoscere agli studenti i tanti martiri uccisi dalla mafia, le loro storie, i drammi delle famiglie lasciate sole, vittime anch’esse dell’indifferenza delle istituzioni e delle comunità dove vivono; le vere vittime della violenza mafiosa. Ricordiamo che per anni, ai contadini, ai sindacalisti uccisi dalla mafia nei primi anni della liberazione, la Chiesa negò la benedizione delle salme ed i funerali in chiesa, mostrando nei fatti di essere dalla parte dei violenti e non di coloro che lottavano. Attorno alla lotta antimafia tanti siciliani hanno coltivato molte speranze, anche molte velleità. Mi pare il caso di ricordare Il Coordinamento Antimafia di Palermo ai cui vertici Carmine Mancuso e Angela Lo Canto hanno lottato con grande coraggio e determinazione contro potenti uomini politici, i loro intrighi, le loro vendette; la data 2000 era allora la nostra certezza! Tutti pensavamo che per quella data avremmo sconfitto definitivamente la mafia, tagliato le comparanze con la mala politica. Non è stato così, lo sappiamo, anche se oggi a Palermo si avvertono alcuni cedimenti nella struttura mafiosa. Non ci facciamo illusioni: noi siciliani abbiamo lottato contro la mafia fin dal suo sorgere, diciamo a metà del milleottocento. Non ne abbiamo paura ma sappiamo che si tratta di una lotta che non ammette tregue, nessuna pausa, né icone di martiri antimafia: entrambe sono egualmente dannose, perché alla lunga distorcono l’attenzione dal vero nemico che è la mafia, la mafia politica, la mentalità giustificazionista di chi tollera una certa cultura della rassegnazione, del quieto vivere.
Salvatore Maurici