Logge massoniche, «fuori gli elenchi»

Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero». Era il 1904 quando Cesare Mori, meglio conosciuto come il «prefetto di ferro», iniziò da Castelvetrano la sua dura battaglia contro i poteri forti. L’inflessibilità di Mori era nota ovunque. Le sue azioni, volte a riaffermare l’autorità dello Stato, lo portarono all’arresto di esponenti del clero, degli alti gradi militari e della politica. A distanza di oltre un secolo tanto e poco è cambiato: tanto nell’azione repressiva del governo, poco nella compagine delle stanze dei bottoni dove gli esponenti che fanno occhiolino alla mafia sembrano essere aumentati in maniera esponenziale. In ogni inchiesta delle Procure, che interessa alti vertici, tra gli indagati e tra gli arrestati finiscono, soprattutto in provincia di Trapani, sempre più spesso appartenenti alle logge massoniche, “fratelli”, che godono di posizioni lavorative di rilievo e che sono uniti, vincolati da un “patto di solidarietà” reciproca, anche fuori dalle sedi di riunione, ad altri fratelli che a loro volta magari gestiscono importanti incarichi. La storia delle logge massoniche nella storia d’Italia è stata tormentata. Soppresse nel 1925 con una apposita legge, riaffiorarono alla morte del fascismo, per ricadere al centro dell’attenzione nel 1982 quando la nota loggia «P2», guidata dal «venerabile» Licio Gelli, fu denunciata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta come una vera e propria organizzazione criminale ed eversiva. La legge sulle associazioni segrete firmata da Tina Anselmi e da Giovanni Spadolini, non raggiunse grandi risultati e oggi, dopo ben 35 anni, a richiedere l’esibizione degli elenchi ai gran maestri è la Commissione parlamentare Antimafia, la quale ha deliberato il sequestro degli elenchi degli iscritti, dal 1990 a oggi, alle logge di Calabria e Sicilia. Ad essere riconosciuta come una delle capitali della massoneria, con il più alto numero di «figli della vedova», è Castelvetrano, «culla» del boss Matteo Messina Denaro. Su 19 logge dichiarate e quindi non occulte, ben sei ricche logge si trovano nella città dei templi e degli ulivi, raccogliendo circa 200 su 460 massoni. «Fratelli» che spesso entrano nella «famiglia» tanto da stabilire anche una doppia affiliazione. Quel concetto di base delle logge che dovrebbe portare, tramite pratiche esoteriche e filantropiche, ad elevare lo spirito, è spesso abbandonato in favore di pratiche eversive atte, come ha spiegato la stessa Commissione, presieduta da Rosy Bindi, a inquinare l’attività amministrativa e gestire il potere all’interno dei più importanti enti, siano essi privati che pubblici, a braccetto con la mafia. Ovviamente, con la sua azione, la commissione antimafia non vuole associare i due apparati, ma piuttosto cercare di approfondirne il legame. Legame che, come ha spiegato nei mesi scorsi il procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato, potrebbe fornire indizi sulla rete di protezione di cui gode la «primula rossa» Messina Denaro. Non è la prima volta che vengono richiesti gli elenchi degli iscritti; richieste seguite dal «no» secco da parte del gran maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi. Un diniego in nome del diritto alla privacy. Ma se il Tempio è sopratutto una scuola di formazione etica e pone come punto primario la liberazione dell’uomo dalle catene dell’ego, contribuendo così al miglioramento della società, perché non rilevare i nomi se questo può servire a fare un passo avanti alla civiltà tutta?

Agostina Marchese

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