L’apostolato laico di Danilo Dolci

Danilo Dolci è stato un sociologo, educatore, scrittore e attivista della non-violenza italiano. Nacque il 28 giugno del 1924 a Sesana, a quel tempo in provincia di Trieste, e negli anni Cinquanta si trasferì in Sicilia dove iniziò ad organizzare una lotta non violenta contro la mafia e per i diritti dei lavoratori, attraverso il digiuno e l’invenzione di pratiche di protesta molto originali. Un episodio celebre avvenne nel febbraio 1956 a Partinico, quando Dolci attuò lo sciopero «alla rovescia»: se i lavoratori per protestare smettevano di lavorare, i disoccupati avrebbero dovuto iniziare a lavorare. Così centinaia di disoccupati si organizzarono con lui per sistemare una strada comunale abbandonata: intervenne la polizia e Dolci venne arrestato. Il processo ebbe grande risalto sulla stampa nazionale: Dolci venne difeso da Piero Calamandrei e, infine, assolto. Dolci è stato definito un «moderno francescano con la laurea ». Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso nella cultura scientifica generale. Dolci sapeva di cosa parlavano gli specialisti di altri campi, rispettava i loro metodi ed era desideroso di giovarsi dei loro consigli. Ma quel che sapeva o poteva apprendere dagli altri era sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé. Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’interessava dell’architettura dell’antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase nell’isola per via del suo degrado. Per Dolci, infatti, il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa quaranta chilometri da Palermo, a Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’infelicità che lo circondava. Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sosteneva Dolci, non è soltanto un diritto dell’uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’uomo deve lavorare. Dopo il terremoto che colpì il Belice, fu tra i più attivi nel denunciare i ritardi dello Stato. Soprannominato «Gandhi italiano» per le sue lotte non-violente, morì a Trappeto il 30 dicembre 1997.

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Tra i leader del movimentismo non-violento. Fu perciò soprannominato «Gandhi italiano»
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