La storia dei valdesi diventa un documentario

CULTURA. Riscoperta la vicenda della comunità evangelica, che operò attivamente durante la fase post-terremoto. A Vita, negli anni Settanta, misero su una cooperativa delle «arti femminili» Oggi sono oggetto di una ricerca alla quale lavorano diversi studiosi e registi. Lì dove sorsero le baracche dopo il terremoto era nata una nuova comunità. Il sisma non aveva arrecato troppi danni al paese ma era stato dichiarato lo stato di allerta. Le case divennero inagibili e lì, dove oggi c’è il campetto sportivo, sorse il «Villaggio speranza». Il Comune di Vita aveva donato ai valdesi i terreni. Quello fu l’inizio di un importante momento storico. I valdesi sono cristiani, appartenenti alla chiesa evangelica riformata, un’organizzazione di tipo presbiteriano unica. E anche il loro operare è esclusivo. I volontari che già dal 1860 iniziarono la loro attività missionaria, non cercarono mai accoliti, né imposero mai il loro pensiero religioso, non crearono sodalizi insistendo per la conversione, anche se la loro permanenza era prolungata e tutt’oggi accolgono qualsiasi confessione. A Vita, questa comunità rimase per tantissimi anni, creando cooperative come quella delle arti femminili, significativa sul piano sociale oltre che produttivo, insegnando l’arte del ricamo; aiutando gli abitanti a combattere le condizioni malsane di vita come l’analfabetismo con la nascita della biblioteca, creata grazie ad una cospicua donazione di questa comunità e tante altre cooperative; creando il campetto sportivo e lottando contro i maltrattamenti subìti dalle donne. Furono proprio i valdesi a creare il primo consultorio femminile d’Italia: la sua nascita avvenne a Riesi in provincia di Calatanissetta. Lì, alle donne, vittime anche di abusi e madri di innumerevoli figli, veniva consigliata la contraccezione. Un tabù per quel tempo e che venne esorcizzato in parte anche dalla Chiesa cattolica di allora, diffondendo la voce che lì si praticasse l’aborto. L’opera di rinnovamento dei valdesi interessa tutte le componenti della società, della quale vennero combattute delinquenza, superstizioni e anche cultura mafiosa (fu la chiesa di Palermo e il pastore Pietro Valdo Panascia a “predicare” per la prima volta contro la mafia suscitando l’indignazione dell’allora arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini). Migliorarono il servizio scolastico, l’agricoltura e i servizi sociali, combatterono a fianco di agricoltori e operai. Crearono un forno comune, in conci di tufo, per il villaggio. Oggi i valdesi sono al centro di uno studio e con un progetto che parte da Palermo da mesi si sta tentando di rilevare le tracce del loro straordinario passaggio. Un gruppo di studiosi e registi, partendo dai territori di Riesi e Sommatino (nel nisseno), zone minerarie e sottosviluppate in cui i valdesi stabilirono per molti anni la propria residenza, è così arrivato a Vita. Qui Laura Cappugi (dirigente tecnico coordinatore e responsabile della Filmoteca regionale), Salvo Cuccia (regista), Fabrizio Profeta (direttore della fotografia), Antonio Bellia (produttore esecutivo), Pierantonio Passante (assistente alla produzione) e Viviana Ippolito (segretaria di edizione), con l’ausilio di Maria Scavuzzo (presidente della Pro loco vitese), hanno raccolto informazioni, foto, testimonianze e visitato i luoghi in cui i valdesi, come una comunità laica, si mossero per riscattare gli abitanti dal terremoto e dalla povertà. A Palazzo Daidone sono stati intervistati il fotografo Vito Giglio, che ha messo a disposizione le proprie foto e raccontato aneddoti e storie di quel periodo, lo studioso Pasquale Gruppuso, che ha aiutato lo staff anche per la raccolta di informazioni tecniche sul villaggio e raccontato le azioni di Danilo Dolci contestuali alla venuta dei valdesi, e Maria Guaiana che si occupava della cooperativa femminile. Uno studio alla scoperta di quello che è avvenuto e che sfocerà in un film documentario. Agostina Marchese