La rubrica. Belice, 50 anni fa

Marzo ‘68: a Roma per la ricostruzione, volevano bloccare il treno dei terremotati. Erano passati 47 giorni da quella terribile notte del terremoto. La gente del Belice viveva (e moriva) nelle tende. Le baracche dovevano arrivare. Di ricostruzione nessuna traccia. Più di 50mila terremotati emigrati col biglietto di solo andata. Nasce l’idea di andare a Roma, davanti al Parlamento per chiedere l’immediata approvazione della legge sulla ricostruzione. L’idea dilaga in tutte le tendopoli. In pochi giorni siamo già in mille, alla fine, quel venerdì primo marzo 1968 alla stazione di Palermo siano in duemila pronti a partire in treno, guidati da Lorenzo Barbera, del Centro Studi di Partanna e da Vito Bellafiore, sindaco di Santa Ninfa. Abbiamo lasciato i paesi con ogni mezzo. Da Salemi in 150 – ragazzi, donne, contadini, bambini – con i camion messi a disposizione dai fratelli Leone. A Palermo ci aspettava, alle 13, un treno speciale, già prenotato. Ma all’ora della partenza il treno non c’è. Soppresso perché «a Messina c’erano treni carichi di arance che avevano la precedenza». Non volevano farci arrivare a Roma. Avevano paura dei terremotati. Eravamo pronti a tutto: a bloccare i treni, a sederci sui binari. Dopo alcune ore di protesta, con ritardo, con due treni diversi, siamo partiti verso Roma. Hanno tentato di fermarci a Messina, ma non ce l’hanno fatta. La mattina del due marzo eravamo a Roma, sotto la pioggia, in marcia verso Piazza Montecitorio tra due ali di romani e di studenti universitari di architettura che solidarizzavano con noi. Un solo striscione: «Non passaporti, ma case e lavoro». A Montecitorio ci restiamo 5 giorni. Montiamo le tende. Creiamo un quadrato con striscioni e cartelli. Venivano a trovarci parlamentari, ci ricevevano i ministri ma alla Camera l’approvazione della prima legge per la ricostruzione del Belice procedeva lentamente. Noi chiedevamo un controllo dei Comuni sulla ricostruzione, tempi precisi con scadenze precise. Di notte, a turno, veglia in piazza, sotto le tende. Ci aiutavano in tanti. Molti romani ci hanno ospitato nelle loro case. Le parrocchie, le suore, la chiesa valdese ci hanno accolti. In piazza venivano a trovarci personaggi come Carlo Levi, Cesare Zavattini, Lucio Lombardo Radice. Hanno solidarizzato con noi Pier Paolo Pasolini e Alberto Lattuada. Cinque giorni di lotta. Alla fine la legge viene approvata: c’è la ricostruzione, c’è l’autostrada Mazara-Palermo, c’è un piano di sviluppo industriale. Ma non vengono fissate le scadenze, i Comuni vengono tagliati fuori e i mafiosi non vengono esclusi dagli appalti. Torniamo a casa. Stavolta ci mettono a disposizione un treno speciale gratis e a Palermo troviamo gli autobus dell’esercito per riportarci nelle tendopoli. Continuiamo a lottare. Due anni dopo torniamo a Roma. (Nella foto il treno dei terremotati del Belice in partenza per Roma).   Tanino Rizzuto