La (dura) legge della monnezza

Di deroga in deroga e di proroga in proroga non si va lontano. Eppure non tutti sembrano averlo compreso. Così, nei giorni in cui riesplode, puntuale, l’emergenza rifiuti, con la discarica di Trapani che prima chiude, poi forse riapre, poi certo richiude e infine riapre ma, ancora una volta, «a tempo determinato», i soliti soloni da salotto hanno in bocca una sola parola e la ripetono come un mantra salvifico: differenziare. Per carità, la differenziata è una autentica conquista di civiltà di cui ciascuno dovrebbe andar fiero, ma è una acquisizione di non facile comprendonio per tutti. Così, mentre i quantitativi di «frazioni nobili» recuperate aumentano lentamente, le tonnellate di rifiuti solidi urbani sono sempre lì, nei compattatori quando finisce bene, per le strade quando invece va male. E quindi destinati alle discariche. Che, però – come ormai sanno anche i bambini – sono sature. E altre non se ne possono costruire. Quindi, delle due, l’una: o si impiantano gli inceneritori o si carica la monnezza sui container e si spedisce all’estero. Un’altenativa, quest’ultima, esiziale, perché mandare i rifiuti all’estero comporterebbe un aumento dei costi per i comuni, e quindi per i cittadini-contribuenti, che finirebbero per pagarli (tali aumenti) con bollette ancora più salate. Il nuovo governo regionale è già duramente messo alla prova, mentre da Roma l’autorizzazione a costruire il primo «termovalorizzatore » (a San Filippo del Mela, in provincia di Messina) è pressoché ultimata. Ma, mentre già si levano al cielo gli alti lai dei soliti, scandalizzati, ambientalisti della domenica, c’è da scommettere che, nella palude isolana, anche stavolta tutto si impantanerà. Almeno fino alla prossima emergenza, alla prossima deroga, alla prossima proroga. Vincenzo Di Stefano