La difesa dai ladri e i pasticci della politica

Il dibattito, a tratti surreale, sulla legittima difesa conferma, una volta di più, la difficoltà ad uscire dal pantano in cui i bizantinismi delle norme a volte finiscono per impaludare le migliori intenzioni. Bizantinismi – incomprensibili ai più – che cozzano fragorosamente non solo con il sentire comune, ma financo con il buon senso. Su un tema tra i più caldi e sentiti degli ultimi anni (sarà che la globalizzazione ha aumentato la percezione dell’insicurezza; sarà che la popolazione, invecchiando, tende a rifugiarsi sempre più dentro le mura domestiche), non si può tergiversare. E non si tratta di cedere allo herderiano zeitgeist, lo «spirito dei tempi» che oggi pretende la pancia prevalere sulla ragione. Né si tratta di avallare il far west o la giustizia «fai-da-te». Si tratta (ed è incredibile che sfugga a tanti), più semplicemente, di dare un segnale chiaro. Una questione, quindi, più simbolica che concreta. Perché non si può liquidare il problema con la presunzione radical-chic che spesso avvinghia certa sinistra salottiera, la quale, ritenendo di ragionare come Marx, in realtà pensa come un «lupo» di Wall Street. E perché si sbaglia colpevolmente quando si principia a balbettare formulette cavillose che alle orecchie del povero cittadino (cornuto e mazziato) suonano non solo dissonanti, ma financo beffarde. Al dunque: se un ladro entra armato in casa (o in un esercizio commerciale), di giorno o di notte che sia, il diritto alla difesa non può pesarsi col bilancino di formulette da azzeccagarbugli. Nella migliore delle ipotesi, infatti, il malintenzionato viene paradossalmente istigato a delinquere; nella peggiore, il cittadino si sente abbandonato e per reazione esce – sfiduciato – dal «recinto» democratico. Dentro il quale non entrerà più