Il trasformismo dei neoleghisti siculi

Folgorati sulla via di Pontida, proliferano, al di sotto della sciasciana linea della palma, i neoleghisti in salsa sicula. Che formano consorterie intruppate di opportunisti sempre pronti a correre in soccorso del vincitore, nominati in ruoli di comando tramite investiture di stampo feudale. Tutti, almeno apparentemente, devoti al verbo «purodurista» del capo, dopo essere stati sedicenti moderati, autonomisti, forconi (o forcaioli, poco cambia). L’inchiesta giudiziaria che ha interessato nei giorni scorsi i vertici leghisti in Sicilia, al di là delle responsabilità penali (tutte da dimostrare in sede giudiziaria), svela però chiaramente i meccanismi di selezione di gruppi dirigenti che una volta, malignamente, si sarebbero definiti «digerenti »: familiari, famigli, cacicchi e ras del voto, questi ultimi cooptati in ragione del loro bacino elettorale e non certo per le loro idee, al netto di pronunciamenti sulla «sana antropologia» (come pure qualcuno d’essi, magari ingenuamente, s’è lasciato scappare). Salviniani più di Salvini stesso. Pronti a saltare sul carro pur di conservare uno strapuntino qualsiasi. Pratiche di puro trasformismo – diranno, facendo spallucce, gli osservatori più avveduti e smaliziati – che nulla hanno di nuovo. A partire dalla fame di prebende. Eppure, dalle parti della Padania, qualcuno, dopo l’esplodere dell’inchiesta sicula, s’è svegliato. È il caso del vicesegretario del Carroccio Giancarlo Giorgetti, antropologicamente agli antipodi del fenotipo leghista. Giorgetti, che sprovveduto non è, ha stigmatizzato l’operato di chi ha preparato l’elenco dei candidati alle regionali di novembre, dicendosi «deluso e amareggiato» per gli errori commessi. Se la dichiarazione va letta come un altolà ai voltagabbana, si vedrà. Vincenzo Di Stefano