Il ricordo di Nino Tilotta

Scrivere è difficile. Scrivere bene lo è ancora di più. Scrivere bene cercando di rimanere oggettivi anche quando ti si chiede di parlare della persona che ti ha dato la vita e che ami in maniera smisurata, è quasi impossibile. Ma cercherò di farlo, perché lui, Nino Tilotta, è uno di quelli che scriveva bene, che mi ha insegnato tutto e che merita di essere ricordato.
Per evitare di essere troppo “di parte” voglio riportare solo quello che ho letto e sentito su di lui da quando, purtroppo, non è più tra noi.
Dicono di lui che, pur essendo di famiglie umili, abbia fin da piccolissimo dimostrato delle doti innate per la conoscenza, la letteratura, i cantautori e tutto ciò che lo incuriosisse. Ha imparato a leggere e scrivere grazie ai fumetti di «Topolino». Si è sempre distinto per la parlantina ed il modo tutto suo di sapersi adattare in base all’interlocutore. Dicono che era uno di compagnia, con cui era piacevole trascorrere il tempo: con lui si poteva chiacchierare degli argomenti più disparati, perché essendo un tipo estremamente curioso, gli piaceva, come diceva lui stesso, essere «eclettico». Ed era in grado di conversare, senza mai annoiare né annoiarsi anche per un giorno intero! Ricordo be-ne come la gente rimanesse affascinata mentre parlava con lui, la luce che si accendeva nei loro occhi, colpiti dalla sua fortissima empatia, ed inevitabilmente ricordo quella nei suoi quando si rendeva conto di avere di fronte qualcuno di valido. Non si annoiava mai perché aveva mille passioni: gli animali, il biliardo, il fai-da-te, la fotografia, il volo con gli ultraleggeri, la passione per i film, i suoi oltre tremila libri…
Nino era un bravissimo chitarrista, appassionato di cantautorato, musica andina e jazz. Gli amici dicono che ovunque ci fosse lui, era presente anche la sua chitarra, ed era bello fare l’alba cantando insieme tra le campagne, perdendo la percezione del tempo e lasciandosi trasportare dal tocco delle sue dita sulle corde. Chi lo ha conosciuto bene, ogni volta che sente Fabrizio De Andrè o Francesco Guccini non può fare a meno di pensare a lui, perché sa quanto questi personaggi abbiano influenzato la sua vita, i suoi pensieri e quanto li amasse.
Dicono che aveva una bellissima voce, riconoscibilissima alla radio che lui stesso ha fondato da giovanissimo grazie anche al contributo economico del pigmalione Ignazio Palumbo, che per primo ha creduto in lui e nelle sue idee da giovane e colto rivoluzionario. I suoi programmi erano caratterizzati da pochissima musica commerciale e molto spazio ai pensieri di natura culturale, politica, filosofica ed introspettiva. E ovviamente adorava scrivere, e lo faceva maledettamente bene: «Epoca», «Avvenimenti», «Per», «I siciliani», «Iniziativa Sicilia», «Giornale di Sicilia», «L’Ora», «La notizia», «Sicilia flash», «La Repubblica», «L’informazione», «Tra-pani nuova», sono solamente alcune delle tante testate dove ha scritto.
Amava svisceratamene Salemi. Ha rinunciato a carriere molto interessanti al nord Italia per la Rai, tv e giornali nazionali per non allontanarsi da casa e dalla famiglia. La passeggiata con la sua Vespa 150 azzurra, restaurata con amore, nella «strada mastra» insieme alle sue adorate figlie, il pomeriggio era d’obbligo. Si lasciava inebriare dal profumo tipico di quelle stradine, dal brusio della gente, dalla piacevole compagnia che si riuniva quotidianamente nella storica cartoleria dell’amico Pino, dove quando entrava chiedeva ironicamente «mezzu chilu di chiova di deci».
Per la sua Salemi si batteva, e lo faceva mettendoci la faccia senza mai tirarsi indietro, spesso attirando anche le antipatie di chi non la pensava come lui. Ma andava ugualmente avanti a testa alta, e proprio per questo era rispettato anche dai “nemici”.
Oltre ad essere un giornalista, dicono che fosse anche un bravissimo informatore scientifico. Non c’è un solo medico o collega, che non mi telefoni ricordandomi il suo bel modo di comunicare, la passione per il suo lavoro e per la scienza, che ha trasmesso anche ai giovani che si affacciavano a questo mondo.
I giovani… così cari e così vicini a lui: una delle cose che ricorderò sempre è quanto i miei coetanei e quelli di mia sorella adorassero trascorrere il tempo con Nino (con lui il “lei” era assolutamente vietato!).
Non era uno di quei genitori dai quali allontanarsi o a cui nascondere le cose, quanto piuttosto «uno di noi», l’unico ammesso alle scampagnate di gruppo, l’unico cui fossero sicuri di poter confidare qualsiasi cosa senza vergogna alcuna e parlare senza filtri, perché lui non ti avrebbe mai giudicato, non avrebbe mai fatto la spia con gli altri genitori, perché non ha mai dimenticato cosa significhi avere quindici/vent’anni e quanto fosse piacevole il brivido di qualche “cazzata” a quell’età. Dicono di lui che proprio per questo, fosse il miglior padre del mondo, il padre che tutti avrebbero voluto avere.
Nino se ne è andato troppo presto: il 6 maggio avrebbe compiuto sessanta anni, ma in qualche modo continua a far sentire, tramite i racconti, l’affetto e gli aneddoti di tutti, la sua presenza. La sua è stata una vita vissuta intensamente e coronata dalla realizzazione del suo sogno più grande: una bella famiglia che lo amava profondamente e che lui a sua volta non perdeva mai occasione di elogiare.
Il mio Nino è una di quelle di cui non mi stancherò mai di scrivere.
Jeannette Tilotta