Il fischio risoluto dell’arbitro Milone

Tirava uno scirocco affocoso che mulinava il sabbione del campo sterrato. Si infilava ovunque, dalle narici alle chiappe. Peggio di stare sulla spiaggia di Marinella quando spira libeccio. Era uno di quei pomeriggi indolenti di fine maggio che portano nel genoma l’estate incombente. Sulle gradinate, una decina di spettatori annoiati sgranocchiava calia e simenza. A giocarci la salvezza all’ultima giornata eravamo arrivati per il rotto della cuffia dopo un campionato di rari sussulti. Peccato ci fosse capitata in sorte la squadra di Balatagrande, ostica da affrontare, che peraltro, precedendoci di un punto in classifica, poteva contare su due risultati a disposizione: anche un pareggio l’avrebbe salvata. La capitanava Tanino Perniciaro, uno scherano sempre pronto alla rissa. Altri quattro elementi, poi, avevano fama d’attaccabrighe ed erano già “marchiati” da piccoli precedenti per minacce, risse e danneggiamenti. Quella di Balatagrande non era certo una compagine tecnica; piuttosto, senza tanti scrupoli, badava al sodo: prima le gambe, poi la palla… Per questa ragione confidavamo nell’arbitro. Quello prescelto per la gara, però, aveva dato forfait (più d’uno malignò su quella defezione) e quindi, all’ultimo momento, ci spedirono un tale da Terrarinusa, Accursio Milone si chiamava, che al suo paese faceva il portalettere. In completo nero, appena lo vedemmo sbucare, al campo di Poggiosecco, ci impressionò per l’altezza, o meglio per la bassezza: non raggiungeva il metro e cinquanta. Era questa la ragione per la quale i compaesani lo chiamavano Mezzubrigghiu. Ci rassegnammo perciò ad una partita “maschia”. In effetti, il signor Milone arbitrava «all’inglese», lasciando correre e fischiando pochissimo: il minimo indispensabile insomma. Calci e gomitate perciò non si contavano. Ma nessuno protestava, nessuno si lamentava. Anche perché Tanino Perniciaro e i suoi sgherri digrignavano i denti e ringhiavano che era un piacere… *** Entrai in campo a metà secondo tempo. Filippo Patti, la nostra punta centrale, non ne aveva più e i crampi l’avevano ormai azzoppato. Pino Seipani, l’allenatore, si girò a guardare la panchina. Fece una smorfia di disappunto e «Vatti a scaldare» mi disse. Non è che avesse molta scelta, in effetti. Con me in panca erano rimasti infatti Ciccio Stirrato, un difensore lento e macchinoso, e Saro Scoccia, un mediano bravo nell’interdizione ma incapace di avviare un’azione offensiva che fosse una. A quella sorta di spareggio per la sopravvivenza eravamo giunti a ranghi ridotti. Norino Arcabascio, attaccante veloce e dal sinistro al fulmicotone, s’era rotto la gamba destra la domenica prima e ora se ne stava sonnacchioso in tribuna a rimuginare, più che sulla partita decisiva della stagione che era stato costretto a saltare, sul fatto che non poteva portare a ballare Giovanna Lodato, che finalmente gli aveva detto di sì dopo sei mesi di estenuante corteggiamento. Cola Sinagra, invece, centravanti di sfondamento che per quella partita sarebbe venuto utilissimo, era nei feudi di Vuturru. Aveva dovuto sostituire il padre ché l’avevano arrestato pochi giorni prima per il furto di un montone e le pecore non potevano restare nell’ovile, neppure di domenica. Così, inchiodati sullo zero a zero, Seipani mi spedì nell’agone. Era, Seipani, un allenatore di poche parole: si faceva capire di più a gesti e con qualche monosillabo biascicato a mezza bocca. Non mi diede alcuna indicazione tattica, solo mi fece un gesto con la mano destra come a dire “Vai in avanti”. Così feci, ma mi tremavano le gambe, ché subito l’allenatore avversario m’aveva spedito addosso Mario Salato, uno stopper arcigno che mi si piazzò alle spalle in modo così ravvicinato che fu quel giorno che davvero capii il senso dell’espressione «avere il fiato sul collo». Non toccai, di fatto, un pallone per venti minuti. Ne mancavano un paio alla fine. La gara sembrava ormai segnata e con lei la nostra sorte: saremmo retrocessi. Fu allora, quasi allo scoccare del novantesimo, che successe l’imponderabile. Giacomino Lezzo, il nostro metronomo, dal cerchio di centrocampo aprì sulla destra per Tonino Musso. Il lancio era lungo e la palla pareva destinata a finire fuori, ma Musso, con uno scatto dei suoi, la mise giù proprio al di qua della riga bianca, tra le proteste veementi di Perniciaro e compagni che alzavano al cielo le braccia («È fuori, è fuori», ripetevano) a reclamare il fischio dell’arbitro. Mezzubrigghiu, però, fischietto serrato tra le labbra e braccia tese in avanti, fece segno di continuare. Musso alzò la testa, guardò in mezzo e passò in orizzontale una invitantissima palla rasoterra. Fu un attimo: scattai in profondità e, al centro dell’area, la stoppai con l’esterno del destro e me la sistemai per il tiro. Ero solo, solo davanti al portiere avversario, Rocco Mazza, che, immobile tra i pali, non credeva ai suoi occhi e si sentiva ormai perso, sguarnito come s’era scoperto, pronto per la fucilazione. Fu un istante e mi ritrovai, dolorante, a terra a mangiare lo sterro. Mario Salato, con uno scatto che non s’addiceva alla sua stazza, m’era piombato addosso e, non potendo impedirmi in altro modo di calciare, m’aveva steso da dietro in un amen. Ci fu un silenzio irreale. Durò un paio di secondi. Tutti si girarono verso Mezzubrigghiu: l’arbitro aveva sempre il fischietto serrato tra le labbra; le braccia protese; fischiò. Rigore. In un lampo, mentre i compagni mi abbracciavano (Michele Blundo non la finiva di baciarmi e dirmi «bravo, bravo »), gli avversari erano attorno all’arbitro. L’avevano ormai circondato. Non lo si vedeva più, scomparso dentro al cerchio che gli si stringeva attorno. Perniciaro sbraitava verso il centro del cerchio: «Ti scanno, tu non esci vivo da qui». Mentre m’avviavo verso la panchina per farmi medicare ginocchia e gomiti sbucciati, Mezzubrigghiu trovò una feritoia nel cerchio e uscì da quella sorta di pacchetto di mischia. Fu irremovibile. Sul dischetto andò il nostro capitano, «lo straniero», come lo chiamavamo, perché era l’unico in squadra non del paese (arrivava infatti da Roccamarina). Calciò con precisione chirurgica: pallone da una parte e portiere dall’altra. La rete si gonfiò. Vittoria e salvezza, in un colpo. Non ci fu neppure il tempo di rimettere il pallone a centrocampo: Milone fischiò tre volte e mandò tutti a casa. *** Fu una decina d’anni dopo. Lo lessi sul giornale. A Terrarinusa avevano tentato una rapina all’ufficio postale. Di mattina, all’apertura, un giovinastro allampanato s’era presentato armato di taglierino e aveva intimato di consegnargli quel che c’era in cassa. Accursio Milone, che aveva appena riempito il sacco delle lettere per il suo giro quotidiano, senza profferire parola gli era saltato addosso e gli aveva sferrato due calci. Il rapinatore, dolente e stordito per la reazione di Mezzubrigghiu, se l’era svignata a gambe levate. ************ L’autore Vincenzo Di Stefano è nato a Castelvetrano nel 1970 e vive a Santa Ninfa. È giornalista e collabora, con poesie e racconti, alla rivista «L’Insonne».