Il «cretino sociale» nell’Italia di ieri e di oggi

LA RIFLESSIONE. Partendo da una felice def inizione del sociologo Carlo Gambescia, che si intreccia al ricordo di Paolo Villaggio.  Il ragionier Ugo Fantozzi, rappresentazione paradigmatica del poveraccio metropolitano perdente. Un personaggio negativo che affonda le radici nella letteratura realistica minore otto-novecentesca. Possiamo partire dalla definizione che il sociologo Carlo Gambescia ha sviluppato (2009) sulla figura e la sociologia del cretino sociale, che vive con noi in perfetta simbiosi. Per Gambescia c’è il cretino che subisce il mondo e il cretino attivo vanamente competitivo col mondo: egli comunque disadattato è sempre scontento di sé e della realtà che lo circonda, vive in una condizione nevrotica permanente e, frustrato, ha un senso di inadeguatezza, che lo opprime per la mancanza di autostima, mentre si comporta da imbranato fuoriposto ed è spesso reattivo, specie volendo fare cose impossibili. Lui fa il dispotico verso i sottoposti, se ne ha, ma è servile e lavapiatti fino alla genuflessione dinnanzi a chi gli è superiore e ha potere o influenza autorevole. Ma s’incontrano ogni tanto, ricorrenti nella nostra società competitiva, anche altri tipi di cretino sociale classico: quello che vive imboscato profittatore nel terziario mediobasso dei servizi pubblici; quello occupatorio minuscolo o trombonesco burocratico, operativo garantito nelle istituzioni pubbliche; il cretino invasivo clientelare, parassitario e petulante, trafficante nel mondo politico e sindacale; e quello che più soft s’annida parolaio e copiativo nel magmatico mondo scolastico e anche nelle università… Il cretino qualunque, occasionalmente credulone retroscenista e complottista, infine, che, pretenzioso saccente, osa ostentare ciò che non sa, o pur sapendo capisce poco o niente, e puntualizza a convenienza, con una cinica parificazione democratica mercantesca tout court, come ogni uomo, pur con tanti diritti, nella società abbia sempre un prezzo… Questa identificazione complessiva, nel ricordare la recente scomparsa di Paolo Villaggio, ci offre una occasione culturale per delineare il collegamento del cretino sociale contemporaneo con il mondo dello spettacolo italiano nell’ultimo ’900 attraverso una fortunata serie di godibili film comici, ruotanti attorno a modelli di cretino sociale comportamentale, rappresentati artisticamente da Villaggio con i personaggi Fracchia, Fantozzi & c.. I quali personaggi, interpretati fra gli anni ’70 e ’90, vennero rappresentati da Villaggio prima in teatro, poi al cinema, e dei due protagonisti fu soprattutto la figura di Fantozzi quella che infine divenne più popolare e famosa, inizialmente (1975) diretta da Luciano Salce, poi per la regìa di Neri Parenti, con film di successo fino agli anni ’90 molto visionati da un esteso numero di spettatori di ogni livello socio-culturale. Proprio il personaggio Fantozzi, con il contesto di scene che gli girano attorno, rappresenta comportamenti, tic, movenze, espressioni idiomatiche, abbigliamenti, gesti tipici propri di un poveraccio metropolitano, simpatico perdente nel particolare sistema della grande città fagocitante e annichilente. Irredimibile nella sua goffaggine, a metà fra uno sprovveduto e vacuo aspirante borghese piccolo piccolo di massa, egli s’identifica di volta in volta con le situazioni più farsesche, inverosimili e ridicole immaginabili, proprio da cretino imperterrito. Fantozzi appartiene ad una serie di personaggi negativi da letteratura realistica minore otto-novecentesca, popolata da piccoli impiegati, commessi, insegnanti, piccoli borghesi, operai, artigiani, contadini rinunciatari, spesso sofferenti e dolorosi protagonisti di storie di povertà, di disagi, sfruttamenti, malattie e ristrettezze. Dai suoi autori esso viene visto però in chiave farsesca e comica, come la maschera di un italiano popolare degli anni ’70-’90 vittima di se stesso e della società che lo circonda e lo tiranneggia: un cretino sociale che abbozza sempre, ignaro del pericolo, ma che alla fine ardisce competere col mondo, il quale invece inesorabile tende a schiacciarlo comunque. Inoltre Fantozzi si sarà potuto accorgere che c’era attorno a sé anche una pervasiva cultura socio-ideologica che, con una martellante omologazione politica unidirezionale verso un preciso partito e alla sua filosofia trainante, aveva potuto avallare e consolidare ideologicamente proprio il suo status fantozziano, e quello dei tantissimi ignoti Fantozzi anonimi dimenticati della storia, attraverso l’esemplificazione di un particolare tipo d’italiano medio, per altro refrattario alle ideologie, umile, fiacco, irretibile e destinato ad essere guidato. Un “cretino sociale” militante, insomma, uno sfigato da seguire garantendogli bisogni e diritti minimi di base, fondati o presunti, da tenere in ogni modo ubbidiente e disponibile per la piazza e a cui chiedere ad ogni scadenza elettorale con la militanza il voto politico e sindacale. I fans di Villaggio sicuramente si divertivano in quegli anni a seguire le piroettanti vicende e le situazioni funambolesche filmiche del borghese-macchietta piccolo piccolo ragionier Fantozzi, del suo contesto ambientale e con la sua caratteristica famiglia, ma avranno scoperto con sorpresa di tanto in tanto in certi gesti e in talune e ripetute “tipiche” situazioni comiche fantozziane altrettanti aspetti e circostanze esilaranti e non proprio edificanti di se stessi, e avranno così imparato a conoscere e a capire meglio certi propri limiti, tic e lapsus imbarazzanti, talora inconfidabili, diventando così criticamente più consapevoli e coscienti. Quanti gli italiani medi in buona fede che si sono trovati proiettabili nel burlesco modello Fantozzi? E quanti hanno notato in questi film la implicita demistificante rappresentazione caricaturale per chi può venirsi a trovare a vivere alla Fantozzi, attraverso le esemplificative vicende fantozziane? E si saranno visti riflessi in uno specchio, assistendo agli spettacoli, come vere caricature fumettistiche in tante scene claunesche fantozziane: cioè si sono scoperti, per qualche situazione, Fantozzi anche loro, con difetti, comportamenti e situazioni da “cretini sociali” farseschi modello Fracchia e Fantozzi, in un attimo di consapevolezza provando magari un mortificante pizzico di rabbia con se stessi, dopo aver già riso a crepapelle dinnanzi alle coinvolgenti pièces comiche di Villaggio. E così lo spettatore italiano medio, che si è potuto vedere in talune situazioni, circostanze o necessità “ridicole” alla Fantozzi, può aver capito intuitivamente di poter correre pure lui in qualunque momento, anche il più imprevedibile, un rischio d’annichilimento simile, con la perdita di dignità e di ruolo sul lavoro, nella famiglia e nella società, cioè di poter diventare per determinate circostanze un declassato, un cretino sociale alla Fantozzi o alla Fracchia, potendosi trovare immerso tutto in una volta per necessità in una punitiva realtà di umiliante precarietà condizionante. E così cittadini e famiglie normali dei ceti medi, compresi anche quelli cosiddetti riflessivi, avranno provato per tale rincrescimento con sé stessi un minimo di autocoscienza critica… Cittadini comuni “pilotati” che poi andavano democraticamente in massa a votare ad ogni tornata, delusi magari perché vanamente si aspettavano qualche soluzione pubblica per le proprie necessità/frustrazioni, che su un piano elettorale spesso diventavano inevitabili problemi sociali e politici da propaganda elettorale, restando infine sempre rinviati, per svanire automaticamente nel nulla irrealizzato. Emblematica però appare per la sua reattività in questo senso quella scena cinematografica liberatoria e contestatrice in cui Fantozzi– Villaggio, sorprendentemente specie per la personale militanza anarco-radicale extra- sinistra di Villaggio, gridando in modo protestatario e libertario contro l’imposizione ideologico-culturale “zdanoviana” marxista, di gran moda ancora in quegli anni ’60-‘80, dichiara alto-vociante “…la corazzata Potiomkin è una cagata…” (Secondo tragico Fantozzi, film 1976 [libro 1974]) a proposito del famoso film cult di S. Eisenstein (1925). Questo film, nell’era staliniana ritenuto e conclamato “vertice inarrivabile” per l’arte socialista del ‘900, era stato imposto ed usato come mezzo supremo per una coattiva, quanto pretenziosa, propaganda ideologica dell’eroismo rivoluzionario sovietico, di cui veniva propinata la visione ai militanti politici qualunque (…ed anche al povero Fantozzi) in cineforum opportunamente organizzati. È rilevabile infine, in questa scena della trasgressiva e antidissimulatrice “ribellione” di Fantozzi contro la trombonesca corazzata Potiomkin, anche la reazione istintiva ed emotiva di un uomo comune e subordinato che a un certo punto schernisce, sputtanandole quando proprio non ne può più, certe “cose” ideali, troppo grandi, ruotanti attorno a lui con pervasivi retorici effetti sinuosamente costrittivi. La cosiddetta grande cultura, la grande arte, la grande politica, i grandi valori, i grandi sistemi, il potere, i partiti, le istituzioni e i tanti tromboni e palloni gonfiati del mondo, tutti pretenziosi oppressivi “padroni” ideologici, che stanno sopra di lui: e in modo dissacrante vaffanculistico li manda con un destrutturante gesto di liberazione plateale a quel paese… Particolarmente Salce e Villaggio hanno inteso esprimere con questo gesto nel modo naif irriverente e dissacrante del loro personaggio, a cui per la sua semplicità culturale non poteva fregare nulla di tutte quelle retoriche, elucubrate e astratte impalcature ideologiche ossessive, la spontanea ribellione radical- liberal di uno stato d’animo, per lungo tempo in fondo pedagogizzato e condizionato da ingombranti ambienti costruttivamente ideologizzanti con assurdi e astratti modi artistici e culturali, infine incomprensibili e ostici al senso comune. Il messaggio contestatore in quella famosa battuta viscerale era tutta una liberatoria denuncia immediata, sfogantesi e senza appello contro un’ideologia sociale intellettualistica di giustizia ed eguaglianza, in sé utopica e impositiva; mentre esso era però contestualmente anche l’espressione di un bisogno di libertà esistenziale individuale più naturale per spiriti umili da piccoli cittadini normali, uomini tipo Fracchia e Fantozzi, una volta spogliati degli abiti di scena da macchiette cretine. Il fenomeno del fantozzismo, come ha riconosciuto Maurizio Ferraris, in effetti è cominciato a svolgersi nell’ultimo ‘900 in un momento storico di evaporazione diffusa per molte ideologie radicali occidentali; secondo lui, infatti, «L’epoca in cui viviamo è… il risultato di un fragoroso fallimento delle ideologie come regola di comportamento collettivo e di una esplosione di tecnologie, che semplificano l’accesso alla cultura e favoriscono la presa di posizione individuale…» (2017), in più con imprevedibili e conseguenti scadimenti, banalizzanti valori e costumi morali tradizionali e istituzionali nell’immaginario collettivo. Muta così alla fine del ‘900 tutto in una volta il pluridecennale scenario storico-politico mondiale ed europeo della guerra fredda: prima con la caduta del muro di Berlino (novembre 1989), poi con la fine del patto di Varsavia fra i paesi socialisti dell’est europeo (luglio 1991), e infine con l’autodissoluzione dell’Unione sovietica (dicembre 1991) e l’esaurimento del collassante comunismo sovietico quale ideologia rivoluzionaria storicamente conflittuale con le società industriali moderne avanzate. Questo cittadino medio italiano così, subito dopo (1992-1993), per vari anni viene investito mediaticamente nella realtà politica e del costume soprattutto dagli eventi dirompenti di “tangentopoli” e della successiva fase giustizialista giacobinopopulistica di “mani pulite”, mentre dal 1994 fino ad oggi si trova in attesa di altri modelli alternativi più aggiornati e praticabili, cui poter dare il proprio assenso/consenso e con cui provare a reidentificarsi e a contrattare una aggiornata propria libera omologazione sociale emulativa, auspicabilmente meno fantozziana e cretinocratica possibile.

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