IL CASO. Gli effetti dello scioglimento per tredici ex amministratori comunali. Politici incandidabili (o impresentabili?)

L’atto di scioglimento è alle spalle. Non metabolizzato, però. Semmai rimosso. Di quel tipo di rimozione che è materia di lavoro per la psicanalisi. Agosto, il solleone, le granite e i falò in spiaggia sono arrivati quasi benedetti per i protagonisti della politica locale usciti con le ossa rotte dopo il decreto del Consiglio dei ministri che ha «azzerato» buona parte della classe dirigente e stoppato, sul filo di lana, le amministrative che avrebbero rinnovato sindaco e Consiglio comunale. Castelvetrano dovrà convivere con l’onta del disonore a causa della contiguità di alcuni suoi amministratori con la criminalità organizzata (questo è scritto nella relazione dell’ex prefetto di Trapani Giuseppe Priolo che ha portato allo scioglimento). Fino al dicembre 2018 la città sarà qundi amministrata dalla commissione straordinaria guidata da Salvatore Caccamo. Diciotto mesi di gestione prefettizia. Che potrebbero diventare ventiquattro, come successo in casi analoghi nelle vicine Salemi e Campobello. Perché una proroga di sei mesi è contemplata, «in casi eccezionali », dal Testo unico degli enti locali. Ragionevole quindi pensare che si tornerà alla normale vita politica e quindi alle elezioni nella primavera del 2019. Questione incandidabilità Intanto, però, a tenere banco è la vicenda del pronunciamento del Tribunale civile di Marsala sull’incandidabilità di tredici ex amministratori, come richiesto dal Ministero dell’Interno. Richieste che riguardano l’ex sindaco Felice Errante, gli ex assessori Vito Fazzino, Giuseppe Rizzo, Girolamo (detto Mimmo) Signorello, Angela Giacalone, Daniela Noto, Maria Rosa Castellano, e gli ex consiglieri comunali Enrico Adamo, Francesco Martino, Lillo Giambalvo, Salvatore Vaccarino, Francesco Bonsignore e Gaspare Varvaro. Additati, tutti, come responsabili delle infiltrazioni e dei conzionamenti malavitosi subìti dal Comune negli ultimi cinque anni. Quali le conseguenze? L’effetto sarà quello di impedirne la candidatura nelle prossime elezioni comunali, provinciali (si tornerà al voto per la Provincia, come deciso recentemente dall’Ars, nel giugno dell’anno prossimo) e regionali. L’incandidabilità è riferita quindi alle prossime tornate elettorali: una vera e propria sanzione che, richiesta dal Viminale, viene appunto dichiarata in sede civile (caso diverso quello delle pene accessorie – leggasi interdizione dai pubblici uffici – che sono invece previste dal codice penale). Il Testo unico degli enti locali prevede espressamente che gli amministratori responsabili delle condotte che hanno provocato lo scioglimento degli organi politici, «non possono essere candidati alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali, che si svolgono nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato dallo scioglimento, limitatamente al primo turno elettorale successivo allo scioglimento stesso, qualora la loro incandidabilità sia dichiarata con provvedimento definitivo». Per almeno cinque anni, quindi, Errante e gli altri non potranno ambire a ricoprire cariche pubbliche elettive. Tecnicamente non sarebbe preclusa la candidatura al Parlamento nazionale, ma in questo caso occorrerebbe anzitutto trovare un partito disposto a inserire nelle proprie liste politici additati al pubblico ludibrio. Non sarebbe tanto una questione di incandidabilità, bensì di impresentabilità. Il problema, a conti fatti, vale però solo per Errante, l’unico dei tredici che, seppur abbia dichiarata chiusa definitivamente la sua esperienza politica a Castelvetrano, potrebbe ambire a concorrere a cariche pubbliche altrove.

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