I riti ancestrali del clan dello schiticchio

IL RACCONTO. Una commedia degli equivoci in una Sicilia immutabile dove sopra ogni cosa domina l’insaziabile «pititto».  A Santa Zingaria il maresciallo dei carabinieri Parolin è alle prese con una complicata indagine Criminologi di fama e investigatori vogliono sgominare una banda di presunti mafiosi di paese. Il maresciallo dei carabinieri Egidio Parolin, deferito per motivi disciplinari, venne trasferito in Sicilia, dove fu costretto ad indagare su presunti fatti di mafia legati a strani culti massonici che avvenivano soventemente nelle campagne attorno al paese di Santa Zingaria Polluce. A quanto si vociferava, il sindaco Cirillo Cintagrande ed alcuni dei suoi assessori, si incontravano nottetempo per banchettare con un gruppetto di loschi pregiucati del comprensorio, con precedenti per risse e furti di pecore e montoni. Tutti facevano i pecorai, ma il magistrato incaricato del caso, Ernesto Miccoli, si convinse che quella fosse una copertura poiché parlavano un codice incomprensibile. Vennero così chiamati a supportare l’indagine i più illustri luminari della psichiatria forense specializzati in occultismo settario di stampo massonico. Delle intercettazioni avrebbero inchiodato all’evidenza dei fatti criminosi gli amministratori comunali, che si recavano muniti di graticole e coltellacci da macellai agli incontri segreti della cerchia dei devoti, durante i quali incontri venivano squartati pecore ed agnelli sotto gli occhi famelici degli intervenuti. Mentre si arrostiva la carne dei poveri sacrificati, venivano recitati versi dialettali e parole enigmatiche ancora indecifrate data la complessità del lessico. Una frase, nello specifico, veniva ripetuta in maniera ossessiva ad ogni incontro, e proprio su questa s’era appuntata l’attenzione della magistratura, pensando che avesse un significato risolutorio. Alla fine di ogni rituale, il «maestro Pecora» (così veniva soprannominato dagli adepti) recitava un’invocazione: «Agneddu e sucu e finìu ‘u vattiu». E tutti gli altri rispondevano quasi in preda ad uno stato di trance ipnotico, favorito dai fumi estatici di alcol e droghe, pronunciando invettive oscene contro gli altri confratelli, come ad esempio: «Becco, curnutu, figghiu ‘i buttana!». Contemporaneamente i convenuti mimavano i gesti del maestro, con forchettone e coltellaccio in mano ed iniziavano a muoversi in maniera forsennata attorno alla brace. Cose da fare accapponare la pelle a Miccoli, vegetariano convinto. Questi tanto si indignò per tali misfatti che decise di compiere indagini dettagliate per raccogliere quante più prove possibili e convincere il giudice a mandare a processo i rei disumani. Parolin quindi, arrivato a Santa Zingaria, dovette fare i conti con la proverbiale omertà sicula di cui aveva solo sentito parlare. Mai e poi mai avrebbe potuto immaginare ciò che stava per accadere. Andando in giro per il paese a raccogliere indizi, si imbatté in un gruppo di comari e a queste chiese informazioni sul Gran maestro della pecora, tale Gigio Campanaro. Solo la Pasquina Buttasale trasalì quando udì quel nome, a differenza delle altre che restarono mute guardandosi tra loro sgomente e visibilmente spaventate. Paquina proruppe in un impeto rabbioso: «‘Stu depravato dieci anni fa mise incinta la figlia di mastro Cristoforo, detto “Pisciu cu lu pittusu”, ma al quarto mese di gravidanza della ragazza se ne scappò con una buttanazza che era pure maritata, lasciando la poverina disonorata a vita. Da allora non abbiamo avuto più sue notizie. Ma speriamo che non torna, perché quel gran cornuto di Pino Calascibetta aspetta solo di rivederlo per vendicarsi dell’offesa ». E il maresciallo, incredulo: «Sta di fatto che il tale di cui parlate risieda tutt’ora nelle campagne qui attorno ». E Pasquina Buttasale: «Hai capito stu gran disgraziato? Mi state dicendo che è tornato, magari per rovinare qualche altra picciotta? Fatemi la cortesia di non raccontare in giro questa storia che altrimenti ci scappa “macelleria” qui in paese!». E Parolin: «A proposito di macelleria, Campanaro è proprietario di un ovile con cento pecore ed un gallinaio nella contrada di Cristo risorto. Possibile che voi non lo sappiate? ». E commare Buttasale: «Mi spiace ma alla mia età non viaggio molto. Che le posso dire? Non lo abbiamo più visto girare per il paese da allora». Parolin, sempre più allibito: «Ma nemmeno le sue amiche qui presenti sanno darmi notizie?». E la Buttasale, concludendo la conversazione che rimbalzava ormai senza trovare via d’uscita: «Lasciate perdere, le amiche mie non parlano la vostra lingua e diffidano degli stranieri. Io vi capisco perché ho espatriato quand’ero giovane, ed ho lavorato sette anni a Milano, come donna di servizio per una famiglia artolocata. Adesso ho saputo che non è più facile come una volta andare all’estero. Ci vuole il passaporto». Non restava altro da fare che rivolgersi direttamente agli interessati e il maresciallo si recò quindi a parlare con il sindaco. Aspettandolo davanti al palazzo municipale gli diede a parlare con un pretesto. Ci volle poco per entrare in confidenza. Il gip, dietro suggerimento dei criminologi, l’aveva avvisato sull’espansività dei siciliani, pari solo alla loro diffidenza per gli stranieri. E, dopo due aperitivi alcolici al bar con conseguente schiticchio di pistacchi, mandorle e tramezzini, considerato il fatto che avevano in comune, guarda caso, la stessa squadra del cuore, il sindaco iniziò a sciogliersi e si rivolse a lui in tono amicale: «Caro Egidio, ditemi, a voi piace la pecora? E l’agnellone ve lo mangiate in settentrione?». L’indagatore cercò di mantenere calma e sangue freddo sintonizzandosi sullo stesso codice linguistico, così come gli avevano raccomandato, ossia improntare dialoghi basati solo su cibarie, in quanto direttiva comunitaria comunicativa del codice «massonico- pecoreccio» che da anni gli studiosi del fenomeno osservavano con solerzia e devozione alla causa, assaporando nel frattempo, per “pura” conoscenza scientifica, tutte le delizie isolane: dal cannolo alla cassata, passando per la pasta con le sarde e le braciole ripiene. E la granita alla mandorla come digestivo. Avevano provato di tutto, a spese della Procura. Per cui lo sprovveduto rispose a tono: «Sta di fatto che io sia un vero estimatore della pecora. Sono in Sicilia proprio per questo, se posso farvi una confidenza. Vorrei degustare le prelibatezze del posto e conoscere realtà diverse dalle mie». Dopo quella dichiarazione di intenti, il sindaco abbassò il tono della voce avvicinandosi a lui: «Capisco… anche voi avete lo stesso mio problemuccio allora? È dura fare tutto di nascosto per sfuggire alle accuse. Vi faccio questa confidenza, ma resti tra di noi: l’ultima volta che l’ho fatto, sono tornato a casa col maglione macchiato di sangue e mia moglie se n’è accorta e mi voleva buttare fuori. Ma sono vizi umani di cui non si può fare a meno, specialmente qui in Sicilia. Non pensavo anche al Nord. Che volete che vi dica, sappiamo come vanno queste cose, vero?». E avvicinandosi con la bocca all’orecchio del maresciallo ormai complice: «Ho fatto pure il bis l’ultima volta. Ho inseguito due gallinelle che parevo un pazzo scatenato e quando le ho raggiunte, le ho sbattute al muro e le ho scannate con le mie mani». A quel punto del racconto Egidio sentì un brivido corrergli lungo la schiena, ma trovò il coraggio di agire lucidamente pensando in quel preciso istante di avere la soluzione a portata di mano e che grazie a quel coraggio sarebbe stato rispedito in Veneto, dopo aver ricevuto encomio di merito e scuse da parte dei superiori. Gli venne un immediato lampo di genio e, rivolgendosi a Cintagrande: «Se mi invitate alla vostra festa, facciamo allora che cinquanta cannoli alla ricotta li porto io». Il suo interlocutore con un cenno del capo di approvazione replicò: «Mih… e poi dicono che i polentoni sono tirchi. Da oggi posso testimoniare che non è così». Il primo cittadino a quel punto proseguì senza più freni inibitori: «Le devo chiedere però una grande cortesia: non ci giudichi se facciamo delle cose un po’ strane. Ad esempio se scimmiottiamo nostro compare “Mastro Pecora” per sfotterlo ». Fu in quel preciso momento che al maresciallo venne una folgorazione inaspettata: «Come per sfotterlo? Che significa? ». «Sa, io e miei compari siamo dei burloni, ma non lo facciamo per cattiveria. Ma tutto questo deve restare un segreto tra di noi. Se le nostre mogli, che ci tengono a dieta, lo vengono a sapere, siamo fritti!». Poi, portandosi una mano alla fronte: «Dio ci scampi da quelle arpie. Ci mettono il lucchetto al frigorifero, e noi quando possiamo, scappiamo di notte afflitti dai crampi allo stomaco per la fame». La realtà che si faceva strada in quel momento era ben diversa da quella che gli era stata prospettata in precedenza e Parolin, stralunato, non poté fare a meno di sogghignare pensando ai criminologi ed al gip che gli avevano dato tutte quelle dritte sul cibo e sul simbolismo dei rituali esoterici. «Adesso – continuò Cintagrande – la devo salutare, che mi aspetta quella strega di mia moglie per la cena a base di pomodori, lattuga ed uovo sodo. È stato un gran piacere e, come si dice qui da noi, quando finisce la festa e gli invitati se ne vanno via, “Agneddu e sucu e finìu ‘u vattiu”. Significa che dopo avere mangiato l’agnello con sugo al battesimo di un picciliddu (come si faceva un tempo), gli invitati se ne tornano alla loro vita di tutti i giorni, fatta di patimenti e di mogli sciagurate come la mia». A quel punto il maresciallo strinse la mano a Cirillo, trafitto da una sensazione mista di ansia e vergogna per la montatura esagerata dell’equivoco di cui si sentiva corresponsabile. Ma subito dopo non poté esimersi dallo scoppiare in una sonora risata liberatoria, specialmente perché poteva rivalersi di quel suo trasferimento sull’isola, e chiese a bruciapelo e divertito: «Signor sindaco, mi levi un’ultima curiosità. Perché parlate sempre di cibo qui in Sicilia?». Il sindaco lo fissò e rispose, senza pensarci: «Perché abbiamo fame». ************ L’autrice Fabiola Bonadonna è nata a Palermo nel 1977 e vive a Santa Ninfa. Ha collaborato con il «Giornale di Sicilia » e, con articoli di costume, alla rivista «Hermes». Per «Belice c’è» ha scritto diversi racconti.