Calogero Angelo, da Salemi alla leggendaria “Cinque Mulini”

La storia della «cinque mulini» è davvero unica. Siamo a San Vittore Olona, un paese di 7.500 abitanti in provincia di Milano. Sul finire del 1932, Giovanni Malerba, artigiano sanvittorese, insieme ad un gruppo di amici senza alcuna esperienza ma con tanto entusiasmo, inventano una corsa a piedi in mezzo ai campi: la battezzano «cinque mulini». Il tracciato partiva dal campo sportivo di via Roma, proseguiva per i campi, si attraversava la zona dei mulini e si ritornava al centro sportivo. Era il 22 gennaio 1933, una domenica di ottantasei anni fa. La notte che precedette la manifestazione, la caduta di una copiosa nevicata mise a dura prova lo svolgimento della gara. Malerba, con l’abnegazione che lo aveva sempre contraddistinto, non si arrese; chiamò all’appello gli amici e disse loro: «Dobbiamo togliere la neve e creare un percorso obbligato; domani gli atleti dovranno poter correre la prima “cinque mulini”». Amici e giovani volontari risposero in massa. La neve venne spalata e la corsa partì puntuale alle 15, con un’enorme folla all’interno del campo sportivo e lungo tutto il percorso a fare da degna cornice. Per la cronaca, a vincere fu Mario Fiocchi, davanti a Luigi Pellin e Celeste Luisetti.
Gli anni passano e la corsa va avanti senza interruzioni, diventando così un importante appuntamento sportivo. Non si ferma neanche nel corso della Seconda guerra mondiale, durante la quale tutte le attività sportive subiscono un drastico ridimensionamento. A partire dal 1952 la «cinque mulini» diventa gara internazionale; dal 1960 apre alle categorie giovanili; poi ai master. Da allora, nel corso degli anni, sui prati di questo storico percorso denominato «l’università del cross», sono state scritte le pagine più belle della corsa campestre. Non c’è atleta del mezzofondo mondiale che non abbia voluto cimentarsi in questa gara. Leggere l’albo d’oro della manifestazione equivale a scorrere in rassegna il meglio che la storia dell’atletica leggera possa offrire.
«Il mio personale rapporto con la corsa – racconta il salemitano Calogero Angelo – inizia la prima volta che la vidi in televisione, verso la fine degli anni ‘70. Fu amore a prima vista». Angelo rievoca: «Abitavo a Salemi, ero poco più che un ragazzino con i suoi sogni e le sue passioni; partecipavo ai Giochi della gioventù e, come tutti, sognavo ad occhi aperti. In televisione guardavo i meeting di atletica leggera e le grandi corse campestri che la Rai trasmetteva, come il “Campaccio” e, appunto, la “cinque mulini”. Le corse campestri – continua – avevano tutte un fascino particolare, ma quello della “cinque mulini” non aveva eguali». La visione di tutte quelle gare contribuì a fargli preferire questo sport agli altri. Da giovane, però, ad Angelo non capitò mai di poter correre la «cinque mulini», «forse – abbozza – perché smisi un po’ troppo presto». Ma il suo rapporto di affetto con quella gara non scemava, anzi, montava «anche da spettatore». Fu in seguito al suo trasferimento a Milano, per ragioni di lavoro, che Angelo ebbe la possibilità di vedere la corsa dal vivo. Durante un’edizione di qualche anno fa, mentre si trovava a correre da una parte all’altra del percorso per vedere meglio la gara, gli successe una cosa strana: «Non so come mai – racconta – ma ad un certo punto mi venne una gran voglia di buttami nella mischia e correre. Ricordo solo che quando tornai a casa, la prima cosa che feci fu quella di andare nel ripostiglio a tirar fuori le mie ultime vecchie scarpe chiodate, un paio di Valsport rosse avvolte amorevolmente dentro un sacchetto di stoffa dello stesso colore. Rivedere quel cimelio dopo tanto tempo, è stato un po’ come rivedere il primo amore… Presi in mano le scarpe, le guardai, le accarezzai e capii che forse era arrivata l’ora di comprarne un paio nuovo… Quel percorso e quella gara che avevo sempre sognato e fantasticato erano lì, a portata di mano. Così feci; comprai le scarpe ed iniziai gli allenamenti, con la giusta determinazione, curando ogni particolare, anche il più piccolo». Il diavolo però, come a volte accade nella vita, ci mise lo zampino: «Purtroppo, dopo tutta la fatica, due giorni prima della gara, un brutto raffreddore mi mise kappaò». In barba alla sfortuna, però, Angelo decise di partecipare lo stesso. «Ricordo che corsi stando in gara solo per un paio di chilometri; dopo, naufragai nelle ultime posizioni. Alla fine arrivai lo stesso. Non osai neanche guardare la classifica. La delusione arrivava fin sotto i piedi. Ma non mi persi d’animo; cancellai tutto e rimandai all’anno successivo». E dopo dodici mesi arrivò il tanto sospirato giorno: era il 18 marzo 2012. «Quell’anno tutto sembra andare per il verso giusto. Sono appena arrivato terzo al “Campaccio”, e sono passato da poco nella categoria M55; le aspettative sono più che buone. Arrivo al centro sportivo di Via Roma e ritiro il numero di pettorale, il 128. Inizio il classico rituale che parte dal riscaldamento e finisce sulla linea di partenza. Tutto è pronto, via, si parte fortissimo. Questa volta faccio una gara perfetta, lotto già da subito con i più forti; arrivo secondo e ottengo la medaglia d’argento». Finalmente il sogno si materializza: «Sono sul podio della più grande corsa campestre al mondo. Un’emozione indescrivibile. Tremano un po’ le gambe, ma è tutto vero». Dopo quel podio ne seguiranno altri; «uno più bello dell’altro, compreso l’argento di quest’anno».
La «cinque mulini» che più gli piace ricordare, è comunque quella del 2015, la 83esima edizione. Le sue condizioni fisiche non erano delle migliori. «Piccoli infortuni non mi permisero di allenarmi regolarmente. Iscritto alla gara già da tempo, senza tanta convinzione, decisi di partecipare lo stesso. Era il 15 febbraio, le condizioni meteo erano davvero proibitive. Pioveva già da una settimana; e dopo, ha cominciato a nevicare. Il termometro era sotto lo zero, e dal cielo scendeva neve mista a ghiaccio. Appena arrivato sul campo di gara, ho visto l’inferno». La neve, infatti, durante la notte aveva coperto tutto e in alcuni punti si era trasformata in ghiaccio. Il percorso era un pantano. Subito dopo la partenza si dovevano peraltro attraversare tratti nei quali l’acqua gelata mista a fango arrivava fin sopra le ginocchia. In alcuni tratti argillosi, si correva il rischio di lasciarci anche le scarpe. L’unico momento di tregua, si fa per dire, rimaneva il solo passaggio sul tappeto di moquette all’interno del mulino «Meraviglia», e sullo sterrato subito dopo l’uscita dal mulino. «Intanto – riprende il racconto – continuava a nevicare, e tutto era fermo. Coperte da teli impermiabili, sparsi qua e là lungo il percorso, anche le telecamere della Rai rimanevano immobili. Alla vista di tutto ciò, il primo pensiero che mi venne in mente fu che avrebbero annullato la gara. Stessa cosa stavano pensando altri atleti. Per sapere se avremmo corso o meno, andammo a chiedere ad uno degli organizzatori. Quasi stupito dalla nostra domanda, si alzò in piedi e rispose: “Ma come? La ‘cinque mulini’ non l’ha fermata neanche la guerra e volete che si fermi oggi, per due fiocchi di neve e quattro gocce d’acqua?”. Sorpresi dalla risposta, ci guardammo in faccia e andammo via. Qualche minuto dopo eravamo pronti sulla linea di partenza, mentre dal cielo continuava a scendere la neve a coprire le nostre teste. “Parti piano”, mi sono detto, “tanto oggi il podio te lo puoi sognare”. Il colpo di pistola del giudice di gara e via. Partii piano; dopo cinque minuti ero staccato. Davanti a me un inferno; vedevo solo scarpe chiodate e tantissimo fango. Cominciai a scalare posizioni, iniziai la risalita; una faticosissima rimonta che verso la fine, incredibilmente, mi portò a ridosso dei primi. All’uscita del mulino “Meraviglia”, mi trovai con mia grande sorpresa in terza posizione. Da quel momento è stato un crescendo rossiniano, una marcia trionfale che mi ha portato fino all’arrivo».
Gaspare Baudanza