Bonnefoy, quando il pensiero della morte è fecondo

L’ELZEVIRO. Quei versi che fanno bene all’anima. Il ricordo del grande poeta francese (1923-2016) un anno dopo la sua scomparsa. È già trascorso un anno dalla morte del grande poeta francese Yves Bonnefoy (Tours, 1923 – Parigi, 1° luglio 2016), e benché la poesia sia la grande assente sulla scena del mondo e del nostro tempo per una sua presunta “inettitudine” a fare i conti con la realtà, un momento fruttuoso di riflessione, sul senso del suo esserci, può venirci offerto dalla poesia del poeta francese che, come poche credo, ha avuto il merito di andare oltre il dato emotivo per approdare a quella forma di “pensiero poetante” impegnato a restituirci il senso delle relazioni tra l’uomo e il mondo, tra l’uomo e i suoi simili. E ciò perché la poesia di Bonnefoy, meglio e più lucidamente di altre, ha saputo offrirci una parola in cui risuona l’eco dell’origine che ci spinge ad amare e ad aderire alla vita, non al sogno della vita, ma a “questa” vita qui, a questa e non ad un’altra. E tale risultato appare frutto coerente di un percorso poetico che, sin dai suoi inizi, si è mantenuto estraneo ai giochi linguistico-concettuali di certa avanguardia, lasciandosi invece contaminare ed interrogare dalle cose e dalla Erlebnis che indelebilmente le segna. Già ai suoi esordi, in Movimento e immobilità di Douve (1953), il poeta francese esplora il fenomeno umano sfigurato dall’azione della morte, mentre in Ieri deserto regnante (1958) proverà a dare voce ad un’istanza rigeneratrice ricorrendo alla forza del mito. Il solipsismo di questi primi tentativi troverà un primo scioglimento nella raccolta Nell’insidia della soglia (1975), dove si avverte già la disponibilità a fare i conti con una finitudine che chiede di essere accolta perché possa svelarci i sovrasensi che nasconde. Passando poi per Quel che fu senza luce (1987), Inizio e fine della neve (1991) e La vita errante (1993) Bonnefoy giungerà alle grandi prove delle Assi curve (2001), e della Lunga catena dell’àncora (2008), nelle quali la parola poetica sarà impegnata, in modi che non è prematuro definire classici, a dire del momento aurorale in cui si manifesta la vita, della ricerca onirica di un luogo preservato (la casa natale) e della vertiginosa ricerca teologica di un Dio «ancora cieco e senza volto» [In: Yves Bonnefoy: Le assi curve, Mondadori editore, 2007, pagg.185-191], impossibile da nominare. Un percorso fedele alla sua origine, se si considera che nei Primi scritti, in Anti-Platone [In: Yves Bonnefoy. L’opera poetica. I Meridiani, Mondadori editore, 2010, pag.57 (Primi scritti)], Bonnefoy diceva: «Tutte cose di qui, paese del vinco, del vestito, della pietra (…). Questo riso coperto di sangue, ve lo dico, trafficanti d’eterno, volti simmetrici, assenza dello sguardo, è un peso più greve nella testa dell’uomo delle perfette Idee». Ecco, contro i «trafficanti d’eterno », contro una poesia chimerica e menzognera che vuole disfarsi della realtà per erigere un luogo che liberi l’uomo dall’angoscia del nulla, Bonnefoy propone l’apertura alla presenza delle cose soggette al disfacimento e alla consunzione materica, nel tentativo (è questo il senso della sua teologia negativa) di pervenire a quel “vero” nome con cui, in poesia, chiamiamo le cose ad esistere (quante liriche di Bonnefoy si aprono così: vero nome, vero luogo…). Ed è questo vero nome a schiuderci il mistero delle cose che si offrono a noi, in senso chiaramente fenomenologico. Chiamate infatti ad esistere nella poesia mediante una nominazione “privata”, le cose, sottratte agli stereotipi del linguaggio concettuale, ci rivelano la loro vera natura, rivestendosi di un valore ontologico che include il senso e la speranza. Ancorata a questo solco di pensiero poetante, la poesia bonnefoyana finirà per esaltare l’atto poetico come il luogo di una vera conoscenza, anzi come l’atto di una continua fondazione e rifondazione dell’essere (in questo la sua poesia si troverà, per via propria, vicina al valore ontologico che Heidegger attribuisce alla parola). Fondazione che non potrà avvenire se non grazie ad una poesia che sa riscoprire la propria origine, vicina al tempo dell’infanzia, cioè a quel nominare “primo” che non tradisce lo stupore da cui scaturisce. Questo compito troverà forza, e non un ostacolo, in quella particolare condizione umana che è la “finitudine”, ovvero la vocazione universale alla morte. Approfondendo la lunga e ininterrotta riflessione sul Nulla che tanti poeti ha assillato nel XIX secolo (Baudelaire e Mallarmé in Francia, Leopardi in Italia), Bonnefoy giungerà ad esiti diversi e del tutto sorprendenti. Conscio come Holderlin e Rilke che il cielo è ormai vuoto, disabitato dalla divinità, e che non è possibile alcuna nominazione di Dio, poiché «non appena Dio ha un nome il grano brucia, si sgozza l’agnello» [In: Yves Bonnefoy. L’opera poetica. I Meridiani, Mondadori editore, 2010, pag. 905], il poeta francese farà della morte il vero punto di forza su cui fondare la speranza umana, provando a esaltare la capacità di vivere questo tempo, questo luogo, questo istante, come momenti unici ed irripetibili, carichi di bellezza e verità (Keats), momenti in cui la trascendenza grava nell’istante, in un elemento terreno che, come un frutto maturo, è pronto a spaccarsi per rivelarci la propria natura originaria ed incorruttibile (non è forse questo il senso ultimo di ogni metafora?). Siamo grati a Bonnefoy (saggista, oltre che poeta, critico d’arte, traduttore di Shakespeare, Donne, Keats, Petrarca, Leopardi) per averci accostato ad una parola poetica in grado di dare senso al tempo, ancorata alla dimensione unificatrice e continuamente generatrice del nostro inconscio, ovvero alla nostra totalità; gli siamo grati per averci restituito una parola che sa tradurre quella nostra voce interiore, spesso inavvertita, e che costituisce il vero luogo intangibile di ogni persona, centro di unità interiore e presupposto fondamentale della nostra libertà di amare, nonostante l’azione incessante e corrosiva della morte. Una sola cosa gli è mancato nella vita: il Nobel. Per il resto, innumerevoli sono state le lauree honoris causa e i riconoscimenti avuti in ogni parte del mondo. Tradotti da Diane Grange Fiori e Fabio Scotto, i suoi libri e i suoi saggi sono confluiti nel Meridiano dedicatogli da Mondadori nel 2010, con saggio introduttivo dello stesso Scotto. Per chiudere questa nota, propongo ai lettori una poesia (Che questo mondo rimanga), semplice ed intensa, tratta dalle Assi Curve del 2003 (forse la sua opera migliore). Rialzo un ramo Che si è spezzato. Le foglie Sono grevi d’acqua e d’ombra Come questo cielo, di ancor Prima del giorno. O terra, segni disarmonici, sentieri sparsi, Ma bellezza, assoluta bellezza, Bellezza di fiume, Che questo mondo rimanga, Malgrado la morte! Stretta contro il ramo L’oliva grigia. ************ L’autore Biagio Accardo è nato a Santa Ninfa, dove vive, nel 1954. È insegnante e poeta. «La notte ha lunghe radici» (2009) e «Fratello in ombra» (2016)