Luciano Perricone (nella foto) s’è iscritto al sempre più frequentato club dei piagnoni, di coloro per i quali lo scioglimento degli organi elettivi del Comune, disposto dal Ministero dell’Interno, sarebbe frutto di un complotto, di cui il Pd sarebbe più che complice, addirittura responsabile. Lo si evince chiaramente quando, dopo aver premesso che «lattività giudiziaria è stata strumentalizzata da certa politica al potere fino a ieri, per annientare totalmente una comunità e una classe dirigente di altro colore», Perricone chiama in correo il ministro dell’Interno: «Questa azione denigratoria sostiene è stata voluta anche dal governo uscente. Minniti ha condiviso questa strategia fatta di interventi pesanti su Castelvetrano». Accuse pesantissime, per nulla documentate (questo è l’aspetto grave) e quindi teoricamente passibili di una denuncia per calunnia. L’impressione è che Perricone, come altri prima di lui, non riesca a fare un minimo di autocritica o comunque un minimo di analisi della realtà in cui vive, ossia quella di un contesto permeato di una subcultura paramafiosa. Che è cosa diversa dalla mafia. Perché nella subcultura paramafiosa non ci sono reati: ci sono atteggiamenti, comportamenti, gesti, azioni che non hanno nulla di criminale ma che sono il brodo di coltura della criminalità. Il mese scorso facevamo un esempio pratico: l’ex consigliere comunale Lillo Giambalvo che inneggiava al latitante Matteo Messina Denaro. In tale inneggiamento, come peraltro un tribunale ha accertato, non c’è alcuna condotta illecita. Ma il messaggio morale della vicenda è dirompente, tanto più perché il protagonista era un rappresentante delle istituzioni (ancorché potesse sfuggirgliene il senso). Ma è molto più facile, per Perricone come per altri prima di lui, non stare troppo a ragionare e nascondersi piuttosto dietro la lagna complottista. Magari avventurandosi in ardite citazioni letterarie, come fa Perricone con le «pièce teatrali di Kafka», che però non scrisse mai testi teatrali…